Nel resto d'Italia le solite proteste e null'altro.
Mazzini in articoli roventi di dolore patriottico encomiò il tumulto torinese fingendo di crederlo ispirato da un alto senso di italianità; la publica opinione invece, mal disposta verso Torino, accettò piacevolmente l'idea di una nuova capitale a Firenze, e rise colla tradizionale furberia politica dello spirito italiano sul papa e sull'imperatore, che potevano credere sul serio alla rinunzia a Roma.
I massacri di Torino vendicavano in certo modo i morti di Aspromonte.
Il Lamarmora, benchè avverso alla convenzione, dovette subirla; solamente a sgravarsi della troppa responsabilità ottenne che il trasferimento della capitale si compiesse per legge anzichè per decreto reale, e la decorrenza del termine per lo sgombro delle truppe francesi da Roma cominciasse dal giorno della sua promulgazione. Il parlamento, convocato per discutere questa legge, recriminò sul ministero caduto votando una inchiesta; il municipio torinese di rimpatto ne iniziò un'altra. Quindi il gabinetto francese, commentando in una nota diplomatica la convenzione per rendere più evidente la rinunzia italiana a Roma, dichiarò fra i mezzi violenti interdetti all'Italia per entrare in Roma anche i maneggi di agenti rivoluzionari; e si riservò, nel caso di una spontanea rivoluzione nella città eterna, ogni libertà d'azione.
Allora il Lamarmora in una nota di risposta dovette riaffermare che eseguendo la convenzione alla lettera non intendeva contraddire alle aspirazioni nazionali, nè vincolarsi qualora scoppiasse in Roma una simile rivoluzione.
La discussione della legge in parlamento durò tempestosa dal 7 al 19 novembre.
Il ministero vi si mostrò al di sotto della propria dignità. Si sarebbe voluto, e il Boggio ne fu uno fra i più caldi oratori, che la Camera accettasse senza controllo la convenzione già firmata dal re e dall'imperatore; il ministro Giovanni Lanza sostenne con ingenua improntitudine che la convenzione avendo avuto l'assenso dell'imperatore non poteva decentemente discutersi dal parlamento; la sinistra combattè abbastanza nobilmente invocando i plebisciti, che la convenzione avrebbe distrutti, ma, soffocata nella propria antitesi di partito rivoluzionario e parlamentare, rimase senza efficacia. In così suprema questione le sarebbe bisognato il coraggio di dimettersi in massa per appellarsi al paese; ed invece, malgrado la rinuncia a Roma, Francesco Crispi, uno de' suoi capi più autorevoli, sostenne che la monarchia ci unificava e la republica ci avrebbe divisi. Mazzini gli rispose invano con una lettera tremenda d'ironia. Il Mordini, simpatico oratore e rivoluzionario di recente convertito alla monarchia, votò la convenzione scusandosi col sofisma traditore che le transazioni temporanee della politica officiale non infirmavano la sanzione popolare della nazione alla sua capitale; Giuseppe Ferrari, genio scetticamente profondo, l'accettò giudicando Roma piuttosto sepolcro del cattolicismo che culla di una terza Italia.
Poco dopo la Camera su proposta di Ricasoli rinunciava a discutere i risultati dell'inchiesta sui casi di Torino, lasciando i ministri colpevoli atteggiarsi a Catoni. Quindi una voce circolante, ed era forse vera, commosse vivamente la publica opinione. Si temette che colla rinunzia a Roma e cogl'impegni assunti di difendere il papa da qualsiasi atto esteriore, il governo si fosse pure vincolato ad impedire qualunque attacco al Veneto e, nel caso propizio di un ricupero di questa provincia, a rettificare nuovamente le frontiere piemontesi colla Francia sulla linea della Sesia. Mazzini sempre bene informato denunciò particolareggiandolo questo segreto protocollo; il Villa, oratore piemontese di parte democratica, commentò questa rivelazione, che un discorso imperiale al parlamento francese parve riconfermare: il ministero respinse alteramente tale accusa.
Intanto l'odio municipale di Torino cresceva a segno da mutarsi in fervido amore d'italianità per dispetto a Firenze e alla monarchia. Una vasta associazione politica coagulatasi improvvisamente coi più vari elementi piemontesi scomponeva i partiti della Camera: il suo motto d'ordine era il grido d'Aspromonte — Roma o morte! — Moderati e democratici si stringevano in falange per combattere tutti i ministeri, nei quali governassero gli uomini che avevano offeso Torino, e spingerli a forza, come per vendetta, su Roma. Così la rivoluzione traeva nella propria orbita i più restii conservatori di quel Piemonte che aveva sempre considerato l'Italia come terra di conquista. La cosa giunse a tale che si vide persino il Boggio, uno fra i più accaniti nemici di Mazzini, trattare col grande esule a nome di questa associazione per eccitare nuovi moti di ribellione nel Veneto.
Invero il governo, ostinato nel proprio concetto di una rinunzia a Roma, non solo ritirava un incertissimo schema di legge sull'asse ecclesiastico onde non sopprimere le corporazioni religiose, i beni delle quali avrebbero rinsanguato le finanze, ma ritentava una riconciliazione col papato. Nè l'ultima enciclica Quanta cura, stridente di recriminazione contro l'Italia, nè il Sillabo, ove si condannavano in ottanta proposizioni quasi tutti i postulati del pensiero civile moderno, parevano nuovi ostacoli ai ministri. La Curia romana colla solita malizia si prestò al giuoco: Pio IX scrisse una lettera a Vittorio Emanuele per provvedere di buon accordo alle numerose vacanze delle sedi vescovili nel regno; il governo deputò a Roma il Vegezzi, magistrato illustre; corsero cortesie d'ambo le parti, e si finì necessariamente ad una rottura, giacchè la Curia ricusò ostinatamente al re il diritto all'exequatur e al giuramento dei vescovi.