Ma nemmeno quest'ultimo smacco persuase al governo migliore politica; anzi il Lanza uscì dal ministero per non averlo potuto spingere a maggiori concessioni verso il Vaticano, mentre il ministro Natoli sospendeva la guerra aperta contro i seminarii.
Nel giugno del 1865 la capitale s'insediava a Firenze, ma i francesi, secondo i termini della convenzione, rimanevano ancora a Roma nè alleati, nè mercenari, nè presidio del pontefice, che la monarchia italiana avrebbe dovuto tutelare e i romani sostenere. La loro presenza, dopo il sacrificio di Torino e l'abdicazione a Roma, diventava il peggiore degli oltraggi pel governo di Firenze così guardato a vista dagli austriaci e dai francesi, sbertato dal papa, accusato di tradimento dalla rivoluzione. Se a Torino l'Italia soffocava nell'angustia dell'idea piemontese, a Firenze avrebbe dovuto perire per la mancanza di una qualunque idea: da Torino si poteva guardare fiso a Roma aspettando il momento per lanciarsi al suo assalto; a Firenze non rimaneva più che aspettare nuovi ordini dalla Francia.
Intanto la piccola e bella metropoli coll'audacia mercantile dei suoi tempi migliori si gettava a spese d'ogni sorta per ospitare nobilmente il governo nazionale; nessuno credeva sul serio alla precarietà della nuova capitale; corte e ministeri incuoravano il municipio; si demoliva, si fabbricava, si abbelliva, si lussureggiava così che in pochi anni il debito municipale raggiunse la cifra enorme di centocinque milioni.
Questo scandalo trascinò altri municipii; i debiti parvero un contagio; all'imminente fallimento del governo si aggiunse il dissesto delle provincie e delle più grosse città, mentre il giovane regno minacciato simultaneamente dall'Austria, dalla Francia e dal papa, perdeva colla sincerità del proprio principio rivoluzionario la sola originalità, che potesse crescergli la vita.
Capitolo Settimo.
La prima guerra italiana nel Veneto.
Cospirazioni regie e democratiche.
Ambo le politiche avevano fallito davanti al problema di Roma.
Quindi Mazzini in una protesta veemente dichiarò di riprendere tutta la propria libertà d'azione pel compimento dell'unità nazionale senza o contro la monarchia: Garibaldi invece seguitò a tacere per non provocare altri conflitti fratricidi fra governo e paese. Quegli e questi cercarono aiuti nella democrazia estera mirando a coordinare i nuovi moti italiani ad una rivoluzione di tutti i popoli, specialmente slavi, aspiranti alla nazionalità.
La politica delle alleanze passava così dalla tradizione cavouriana nell'azione rivoluzionaria a riconfermare che l'Italia con un esercito di trecentomila uomini e quasi venticinque milioni di popolazione non bastava ancora a riconquistare le proprie provincie di Roma e di Venezia.