Dal proprio canto Vittorio Emanuele, insofferente delle troppe umiliazioni, imitando da lungi i tortuosi avvolgimenti della politica napoleonica, ordiva trame segrete con rivoluzionari esteri e nazionali. Nella bramosia d'integrare al più presto possibile il grosso regno regalatogli dalla fortuna, egli per scrupoli invincibili di cattolico intendeva anzitutto al Veneto. Contro l'Austria ferveva tutto il suo coraggio di soldato e il suo patriottismo di re: per opposte ragioni i suoi disegni concordavano quindi con quelli di Mazzini persuaso dell'impossibilità per Napoleone di cedere Roma all'Italia. Re e republicano, di cospirazione in cospirazione, tra ungheresi e galiziani, serbi e rumeni agitantisi ad oriente dell'Austria, finirono coll'incontrarsi. Un segreto ascendente di re patriota, superiore alla politica della propria monarchia, dava a Vittorio Emanuele un forte vantaggio nelle nuove trattative con Mazzini, dacchè Garibaldi, malgrado i tradimenti sofferti, seguitava a credere nella sua parola. La glorificazione del re, prodotta da tutte le glorie assorbite dalla rivoluzione, dominava inconsciamente l'uno e l'altro sino a farli credere che Vittorio Emanuele potesse davvero contrapporsi con nobile iniziativa al proprio governo. La sua bravura di soldato nelle battaglie dell'indipendenza quando tutti gli altri re fuggivano, il suo generoso cordoglio per la pace di Villafranca, l'alterezza ingenita di certi sentimenti significati nelle crisi più dolorose della patria, e sopratutto il bisogno istintivo di trovare qualche epica grandezza nella forma politica prescelta dall'Italia a risorgere, persuadevano a molti che nel re fosse qualche geniale originalità d'eroismo. L'evidenza di troppi fatti contrarii non bastava in quell'orgasmo del dover risolvere in qualche modo i due ultimi e massimi problemi della rivoluzione.

Diplomatico onesto e fine degli accordi fra Mazzini e Vittorio Emanuele fu l'ingegnere Diamilla Müller: l'occasione ne venne dal conflitto dano-germanico, nel quale Austria e Prussia si allearono momentaneamente quasi a conquistare nelle provincie dello Schleswig e Holstein il pretesto della terribile guerra, che doveva indi a poco rimutare tutte le condizioni politiche della Germania. L'Inghilterra, impensierita dalle minacce dell'espansione tedesca, spiava di mal occhio la guerra danese, favoreggiando con magnifiche accoglienze in Londra a Garibaldi le aspirazioni italiane; Napoleone III al solito aveva proposto indarno un congresso europeo e blandiva la Russia accarezzando contemporaneamente le democrazie slave per tener l'Austria in freno. I rivoluzionari italiani tornavano ad agitarsi in speranze di guerra: Vittorio Emanuele avrebbe desiderato una qualunque iniziativa, ma non osava assumerne la responsabilità. Quindi nelle trattative con Mazzini tentava trascinare le forze del partito rivoluzionario entro l'orbita della propria politica regia senza abbandonarsi a concessioni. Il suo disegno era che Mazzini spingesse a rivolta la Galizia, l'Ungheria e gli altri principati lasciando il Veneto in calma, perchè il governo potesse poi scegliere con maggior comodo e rischio minore il momento di romper guerra all'Austria. Naturalmente Mazzini non potè piegarsi a questo egoismo di re, che non voleva nel proprio regno la rivoluzione per non correrne i pericoli, mentre invece l'Italia, avendola già compita nella massima parte, si trovava contro l'Austria in migliori condizioni di rivolta che gli altri popoli.

Le trattative andarono in lungo. Intanto che il re cospirava segretamente, il ministero proseguiva nella persecuzione dei rivoluzionari: si sequestravano le armi raccolte per una insurrezione veneta dai comitati mazziniani e garibaldini; i moderati della Società Nazionale dentro e fuori delle provincie venete spargevano semi di discordia e di scoraggiamento; Vittorio Emanuele stesso dichiarava di esser pronto a reprimere con qualunque mezzo ogni tentativo ribelle non solo verso il Veneto, ma nell'interno del Veneto.

La politica segreta del re non era che un dilettantismo rivoluzionario, troppo poco dissimile da quella del suo governo: giacchè, dopo aver profittato di tutti i sacrifici della rivoluzione italiana, egli avrebbe voluto con ingenua furberia sfruttare in un primo accordo tutta la democrazia europea senza nè sottrarsi davvero al vassallaggio francese, nè assalire il papato, nè largheggiare di libertà cogli stessi rivoluzionari nazionali. Infatti a capo della polizia sbraveggiava sempre contro questi Silvio Spaventa. Nullameno Vittorio Emanuele non cessò dalle trame nella Galizia e nell'Ungheria; da Parigi Napoleone III vi mestava anche più vivamente.

Il governo segreto della rivoluzione polacca aveva proposto a Garibaldi di assumere il mandato di capo morale dell'insurrezione, conferendo al figlio Menotti il comando di una legione italiana per la Galizia, e Garibaldi aveva accettato: nella Serbia, nella Moldavia, nel Montenegro, nell'Albania si raccozzarono bande di armati: un Bulewsky venne a Torino per accordarsi col re, il quale, avendo finito col rivelare la cospirazione al ministero, ne accettò il consiglio di servirsi di questa «per allontanare dal regno torbidi elementi, indisciplinati agitatori e pericolosi cercatori di novità».

Intanto si era trattato con Napoleone III la rinunzia a Roma col trasferimento della capitale a Firenze.

Garibaldi, sempre confidente nella parola del re, aveva promesso di seguire immediatamente i successi delle cose di Galizia e di Ungheria colla guerra nella Venezia, e si preparava già a capitanare personalmente la rivoluzione slava: nel suo concetto doveva essere questo il primo pegno della nuova vita italiana all'Europa. Ma alla voce della sua partenza dall'Italia i più chiaroveggenti fra i patrioti, sospettando dopo gli esempi di Sarnico e d'Aspromonte il tranello, iniziarono pubbliche proteste: il re spaventato mandò allora a Garibaldi un ordine di soprassedere; questi piegò. Intanto la Polonia soccombette alle repressioni del feroce Murawieff, la Danimarca cadde sotto la strapotenza dell'alleanza austro-prussiana; in Italia proseguirono le persecuzioni ai patrioti: Mazzini fu accusato dai più puri fra i suoi seguaci per i tentati accordi col re; Garibaldi, piuttosto che raggirato da perfidie diplomatiche, parve come sempre pronto a tutti i sacrifici per la libertà universale.

Nullameno l'orgasmo di queste cospirazioni non si acquetò nei rivoluzionari. Tutto il Trentino sembrava pronto ad insorgere, quando certo Rossi negoziante denunziò la congiura all'Austria: v'ebbero al solito arresti e condanne, che paralizzarono l'imminente moto nel Veneto; solo nel Friuli alcune bande guidate da un Tolazzi e da un Andreuzzi, intrepidi fra i più intrepidi garibaldini, insorsero. La novella della piccola insurrezione ingigantita dai racconti di piazza agitò Milano e qualche altra grossa città lombarda: il Comitato centrale del partito d'azione, allora presieduto a Torino da Benedetto Cairoli, titubò malgrado tutte le istanze di Mazzini; Ergisto Bezzi, uno fra i più sperimentati ufficiali garibaldini, arruolava emigrati veneti, trentini e quanti volontari lombardi potesse. Il nuovo disegno di guerra tracciato da Mazzini era di formare bande su tutte le località montuose del Friuli, del Cadore e dei Sette Comuni per congiungersi a quelle che sorgessero nel Trentino, tenere a bada con grosse dimostrazioni i presidii nelle città venete serbando Brescia a centro di riunione. Ergisto Bezzi con rapida marcia doveva da Bagolino guadagnare Tione, mentre altri marcerebbero da Limone a Riva per muovere uniti su Trento.

Invece il Comitato centrale di Torino, composto di uomini parlamentari, dichiarò intempestiva la spedizione negandovi soccorsi: parve tradimento e non era che debolezza; il governo moltiplicò ostacoli e minacce. Garibaldi tacque sfiduciato, il resto d'Italia derise l'impresa. Però Ergisto Bezzi, troppo compromesso, dovette tentarla con i più animosi, e partito il giorno 13 novembre (1864) da Brescia con centocinquanta volontari fu arrestato il 16 da un capitano dei carabinieri sul giogo del Manivo, trascinato ad Alessandria con tutta la banda, minacciato di condanna, e finalmente liberato per ordine del Ministero poco disposto allo scandalo di così grande processo.

Gli altri insorti del Friuli, occupate il 16 ottobre le grosse terre di Spilimbergo, Aviano e Maniago disarmandone i presidii senza colpo ferire, dopo qualche fortunata scaramuccia contro le soldatesche austriache spedite a perseguirli, mentre i commissari imperiali di Venezia e di Udine ponevano con bandi feroci sotto la legge stataria i distretti della rivolta, dovettero disperare dell'impresa. La cattiva stagione, le poche armi, la terribilità del nemico, l'abbandono di tutti, vinsero il loro giovanile coraggio; quindi la piccola truppa si sciolse senza onore di battaglia.