A questo aveva concluso l'iniziativa rivoluzionaria italiana, nella quale Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi e tutti i migliori si erano intesi per affrettare colle armi la soluzione del problema veneto.

Poco dopo Mazzini subì due altre grandi disillusioni circa l'appoggio dell'agitazione piemontese ai suoi disegni, e nel tentativo di una confederazione di tutte le società democratiche nazionali. Il patriotismo di Torino, inspirato da un rancore municipale, si stancò presto di un lavoro rivoluzionario, pel quale non aveva sincerità nè di fede nè di passione: la federazione delle forze republicane venne meno al doppio scopo politico e finanziario. Mazzini non ne ricavò che l'inventario delle miserie della propria parte: fu impossibile trarne denaro per altri tentativi di insurrezione, e precisare loro una qualunque azione dentro o fuori del parlamento. I più abili vi erano entrati indarno, i più puri non avrebbero voluto nemmeno partecipare alle elezioni contro l'opinione di Mazzini stesso, che sostenne contraddicendosi il concorso alle urne per le prime elezioni di Firenze.

Il dualismo fra Garibaldi e Mazzini impediva nel partito rivoluzionario qualunque azione: senza Garibaldi, sempre fedele alla monarchia, non una banda di volontari si sarebbe raccozzata; senza Mazzini, tornato avversario implacabile della monarchia, nessun programma politico era possibile. La nuova Camera, uscita dalle elezioni generali dell'ottobre 1865, si compose quindi della sinistra democratica, della vecchia consorteria moderata, e dei dissidenti piemontesi capitanati da Rattazzi col nome di terzo partito: Mazzini, eletto replicatamente a Messina, fu mantenuto in esilio dal parlamento malgrado ogni giustizia, perchè la sua presenza in Italia vi avrebbe prodotto agitazioni dolorose ed inutili. Naturalmente la discussione alla Camera fu desolante di sofisticheria e di calunnie; il partito piemontese, dianzi suo alleato, votò il suo esilio ad un cenno di Rattazzi.

La preparazione prussiana.

Dalla guerra franco-sarda del 1859 le condizioni politiche non erano cangiate.

Come quella non era stata possibile senza il concorso della monarchia piemontese e dell'impero napoleonico, così un'altra guerra per la conquista della Venezia non poteva arrischiarsi senza l'aiuto di una nuova grossa alleanza. Fortunatamente il principio rivoluzionario del secolo, urgendo con diverso processo e misura tutti i popoli d'Europa all'integrale costituzione delle proprie nazionalità, preparava la Germania al soccorso della rivoluzione italiana.

Necessità di sbocchi marittimi e pretese nazionali spingevano la Germania oltre i propri confini settentrionali verso la regione danese e il mare del Nord. Incentivo a questa passione erano le provincie di Holstein Lauenburg e dello Schleswig, quasi tutta tedesca la prima, danese per la maggior parte la seconda, entrambe dipendenti per combinazioni dinastiche dalla Danimarca e per combinazioni politiche dalla Confederazione germanica. Secondo il trattato di Londra (1852), alla morte di Federico VII essendo succeduto alla corona danese il principe Cristiano di Schleswig-Holstein, e avendo il parlamento negli ultimi giorni del regno precedente colla riforma della costituzione considerato il ducato di Schleswig come libero dai vincoli che stringevano l'Holstein-Lauenburg alla Germania, la lite dei confini non mai composta con questa si rinfocolò. La Dieta germanica minacciò l'esecuzione federale sui due Ducati dell'Elba: il governo danese rispose alle minaccie con forti preparativi di guerra fidando nell'appoggio della Svezia e dell'Inghilterra. Il conflitto parve scongiurato per un istante, ma Ottone di Bismarck divenuto in quei giorni grande cancelliere della Prussia, potè abilissimamente eliminarne la Dieta associandosi l'Austria ad una guerra di conquista contro la Danimarca (gennaio 1864). Naturalmente la vittoria rimase ai due forti alleati, però con siffatte difficoltà di ordinamento politico nei due Ducati, da provocare presto fra i vincitori più vasta guerra.

Infatti la rivoluzione germanica, dopo la prova infelice della Dieta di Francoforte e le reazioni sanguinose di Berlino e di Vienna, spingeva la Prussia a mutarsi in campione dell'unità contro la egemonia austriaca. La grande tradizione di Federico II pesava sulla sua dinastia: la Prussia doveva diventare il Piemonte della Germania con tutti gli equivoci di una eguale politica regia peggiorata da più retrive ripugnanze nella corte alla grande opera di un nuovo impero tedesco. Ottone di Bismarck, forse meno destro ma più forte del conte di Cavour, appena chiamato al governo si era accinto alla guerra contro l'Austria. La sua alleanza con questa contro la Danimarca non era stata che un espediente per rialzare la Prussia dalla lunga soggezione austriaca in faccia alla Germania e dare un pubblico saggio della sua nuova forza militare. Sciaguratamente corte e parlamento gli contrastavano con pari ostinazione il disegno. La corte imbevuta ancora delle idee assolutiste proclamate dalla Santa Alleanza aborriva dalla rivoluzione: il nuovo re Guglielmo, macchiatosi di sangue nella repressione di Berlino, era odiato dal popolo e odiava ogni libertà popolare: di rimpatto il parlamento, proseguendo nel dottrinarismo infecondo della Dieta di Francoforte, combatteva il governo fino a ricusargli il voto dei bilanci per chiedergli libertà costituzionali prima che l'unità della patria fosse conquistata.

In Prussia come in Italia i rivoluzionari sognavano d'iniziative popolari trionfanti con metodi costituzionali, mentre invece le rivalità federali e l'impreparazione del popolo in ambo i paesi costringevano la rivoluzione ad organizzarsi entro una salda monarchia per trovarvi le forze militari e politiche necessarie alla guerra contro l'Austria. Ma se in Italia la preparazione piemontese potè svolgersi colla dittatura parlamentare del conte di Cavour, conservando alla Camera l'apparenza della libertà costituzionale, nella Prussia, più tenace delle proprie tradizioni feudali, con una dinastia più reazionaria della sabauda, con una democrazia troppo dotta d'idealismo nei borghesi e così povera di sentimento nel popolo da non avere rappresentanti che nemmeno lontanamente somigliassero a Garibaldi e a Mazzini, la preparazione si addensò segreta e violenta nella duplice opera del ministro Bismarck e del generale Roon.

Rendere inevitabile un conflitto coll'Austria sottraendo prima alla sua influenza quanti stati minori si potesse, sconfiggere in una guerra improvvisa con un esercito superiormente organizzato questo impero debole e superbo della propria eterogeneità, travolgere in questa guerra la dinastia prussiana costringendola suo malgrado ad allearsi colla rivoluzione germanica per fondare un nuovo impero, impadronirsi delle forze latenti della rivoluzione negandola apertamente e forzandola a convergere per passione di patria nel governo, ecco il disegno del più originale fra gli uomini politici di questo secolo. A volta a volta prepotente nella volontà come Napoleone e pur serbandosi agile nella diplomazia quanto Talleyrand; tiranneggiando simultaneamente corte, parlamento e popolo; più inflessibile nell'orgoglio dell'idea germanica che nella sicurezza del proprio metodo, egli potè da prima non sospettato, poi deriso, quindi temuto, ammirato, quasi adorato dalla propria nazione, farne la prima potenza militare d'Europa, e rovesciare due imperi, compiere la rivoluzione italiana, dominare per vent'anni tutte le rivoluzioni balcaniche, sempre vittorioso su tutti i campi, senza che la sua politica dovesse mai degradarsi come l'italiana in negazioni antipatriottiche, o mendicare indarno da stranieri alleati rispetto ai propri diritti dopo aver subìto il loro concorso come un protettorato e ottenuto dalle loro mani alcune provincie come una elemosina.