Napoleone, per la vanità di figurare arbitro nella grande contesa, non si accorgeva di offendere mortalmente l'Italia colla propria mediazione; Vittorio Emanuele, che aveva serbato dignità nell'abbandono di Villafranca, s'arrese questa volta prontamente, ma il Ricasoli resistette fino all'ultimo, e non cedette che al pericolo di una vergogna maggiore. Infatti i veneti, inerti durante tutta la guerra, chiedevano ora ad alte grida di venire accolti nel regno minacciando di costituirsi in stato indipendente sotto la protezione della Francia: sottoscrizioni coperte di molte ed illustri firme viaggiavano a Parigi per sollecitare l'imperatore alla ricostituzione dell'antico stato veneto.
Nel Tirolo invece la popolazione non solo non si era sollevata, ma aveva strenuamente combattuto contro i garibaldini con ventidue centurie di cacciatori indigeni sotto gli ordini del generale Kuhn.
La stipulazione della pace fu lunga e laboriosa. L'Austria, malgrado la dichiarazione di liquidare il debito delle provincie cedute a norma del trattato di Zurigo, esigeva altri 36 milioni di fiorini come loro quota proporzionale dei debiti da essa contratti dopo tale trattato: per gli uffici di Francia e di Prussia si potè venirne a capo, ma si dovette abbandonarle nella questione delle frontiere la linea dell'Isonzo ed accettare quella dei confini amministrativi. Così l'Italia, senza frontiere verso la Francia dopo la cessione della Savoia, non ne ebbe contro l'Austria, che ad una nuova guerra avrebbe potuto riprendersi il Veneto colla massima facilità. Finalmente il 3 ottobre fu sottoscritto a Vienna il trattato di pace: per esso l'Italia si addossava un debito di 99 milioni, e l'imperatore d'Austria con tarda cortesia rimetteva al re d'Italia la corona ferrea trafugata nel 1859; i sudditi veneti addetti al servizio dell'impero ebbero facoltà di rimpatriare conservando gradi e stipendi presso il nuovo governo; furono resi gli archivi della republica veneta, ma quasi a memoria insolente della lunga conquista restituita non perduta, l'Austria si ritenne i palazzi di Roma e di Costantinopoli già appartenenti alla republica.
Eseguite tutte le ratifiche, il generale Leboeuf, commissario per l'imperatore Napoleone III a Venezia, dichiarò di consegnare a se stesso il paese, affinchè il popolo manifestasse liberamente la propria volontà di aggregarsi alla nazione italiana: dopo tale dichiarazione il generale Aleman cogli avanzi del presidio austriaco s'imbarcava per Trieste. I comizi plebiscitari tenuti il 21 e il 22 diedero 647,246 sì per la fusione col regno costituzionale di Vittorio Emanuele contro soli 69 no.
E quasi a così triste pace mancasse ancora un anacronismo, Vittorio Emanuele con serotina vanità di re savoiardo volle ricevere gli oratori veneti piuttosto a Torino che a Firenze, per affermare contro il concetto della cresciuta italianità la nuova conquista regia.
Il difficile problema veneto, che nessuna delle due politiche italiane era bastata a disciorre con forze proprie, si era risolto coll'intervento di un'altra grande rivoluzione europea inspirata dal medesimo principio di nazionalità. Ma la giovane nazione vi aveva fatto una prova ben dolorosa della propria incapacità. Monarchia e rivoluzione, unite momentaneamente nell'accordo migliore, non avevano saputo trovarvi più le eroiche energie dei loro primi momenti, quando il conte di Cavour col piccolo Piemonte osava la spedizione in Crimea, o Garibaldi, contro l'opinione di questo, arrischiava l'impresa dei Mille. Il soffio epico, che aveva reso ammirabile il partito rivoluzionario nella ricostituzione della patria, era cessato coll'avvento delle masse alla nuova vita publica, mentre il governo caduto nel più tristo vassallaggio francese vi aveva smarrito col senso dell'antico orgoglio savoiardo la dignità di nuovo regno italiano. La potenza collettiva della monarchia e della rivoluzione in quell'incerta fusione di elementi ancora troppo eterogenei era riuscita minore della loro autonoma potenzialità.
Nell'esercito, altrettanto grosso di numero che fiacco d'organismo, si era rivelata specialmente l'impotenza della nazione. Il governo, costretto da una politica antipatriottica all'equivoco di Sarnico, alla tragedia di Aspromonte, alla resa della Convenzione di settembre, rispecchiava sciaguratamente nella propria insufficienza quella anche maggiore del parlamento; la nazione non migliore nè dell'uno nè dell'altro finiva colla propria passività ad imporre loro quella medesima politica, della quale ora il danno e il disonore l'offendevano.
La nuova guerra aveva abbassato l'Italia. Il piccolo Piemonte, abbandonato a Villafranca, aveva dovuto subire nel 1859 la pace coll'Austria, ma dopo aver combattuto a fianco dei francesi con pari valore; e la sua spedizione in Crimea, i suoi trionfi diplomatici, la fine alterezza della sua politica negli anni anteriori, le intrepide iniziative, tutto deponeva in suo favore. L'Italia, con un esercito maggiore di quello austriaco, con un numero di volontari che avrebbe potuto raggiungere i centomila, con una flotta doppia dell'inimica, senza i pericoli interni, con un alleato capace di prostrare da solo l'impero austro-ungarico in sette giorni: l'Italia vinta a Custoza, sconfitta a Lissa, accettante la Venezia dalle mani di Napoleone, doveva fatalmente decadere nel concetto dell'Europa, che in questo secolo aveva veduto le insurrezioni di Spagna e le ribellioni di Grecia, e vedeva ora la rivoluzione della Germania organizzata nel più ammirabile capolavoro del genio di Bismarck.
Bisognava quindi all'Italia riconcentrarsi nel silenzio di un'altra migliore preparazione. Ma finchè il periodo rivoluzionario, aperto colla guerra franco-sarda, non si conchiudesse con la conquista di Roma esaurendo la propria generazione, era impossibile sperare nella immobilità dei suoi dati politici un rialzo nella coscienza nazionale.
Comunque ricomposta, l'Italia era troppo importante alla generazione del suo risorgimento perchè questa ardisse avventurarla nel pericolo di una più nobile politica.