L'ammiraglio Persano fu più tardi condannato dal senato costituitosi in alta corte di giustizia; il ministro Depretis potè invece, coll'avvento della sinistra al potere, diventare presidente del consiglio e morire all'indomani di un'altra catastrofe militare, in Africa, provocata dalla sua insipienza.
La pace di Vienna.
L'intervento napoleonico dopo la grande vittoria prussiana di Sadowa precipitò le sorti della guerra, giacchè tutta Germania, sollevatasi contro tale intromissione straniera, permise a Moltke di stringere più da presso il nemico. In Italia invece il governo piegò, quantunque il Lamarmora per onestà cavalleresca ricusasse di trattare primo di pace coll'Austria abbandonando l'alleato: ma le ostilità riprese senza vera intenzione di guerra non mirarono che ad occupare il terreno già consegnato dall'Austria nelle mani di Napoleone. A convincerne anche i più restii il principe Girolamo Napoleone venne tosto al campo di Ferrara per stringere gli ultimi accordi con Vittorio Emanuele, e il Grandguillot, altro diplomatico confidente di Napoleone, fu mandato a Firenze presso il Ricasoli ripugnante alla nuova vergogna.
In tutta Europa una satira spietata mordeva il nome italiano: Austria, Prussia, Francia, persino l'amica Inghilterra, vilipendevano l'Italia mostratasi alla prima guerra nazionale ancora più inetta che non nella secolare servitù: le si rinfacciava l'inanità di tutte le sue rivoluzioni anteriori, le vittorie francesi del 1859, gli stessi miracoli dell'epopea garibaldina nel 1860 siccome compiuti da un pugno di eroi contro gli ordini del governo e l'opinione di tutti: il nome di Machiavelli, infame di codarda perfidia nel gergo delle scuole, era la definizione della nuova Italia; si compiangeva Garibaldi moschettato ad Aspromonte ed ora relegato fra le rocce del Tirolo, non si credeva più all'onestà di Lamarmora, non si trovavano confronti per la ritirata di Custoza e la rotta di Lissa. Le fulminee vittorie della Prussia rendevano anche più umiliante il giudizio sull'Italia. Il governo di Firenze non somigliava neppur lontanamente a quello di Torino, quando il conte di Cavour vi preparava l'egemonia piemontese.
La publica opinione italiana, anzichè reagire contro sì terribili accuse, le inveleniva: tutti sentivano che quella prima guerra nazionale aveva deciso dell'onore della patria, e che l'onore era macchiato; nessun eroismo individuale bastava più a salvare la nazione. Nell'impeto magnanimo e partigiano dello sdegno si gettava naturalmente la responsabilità sopra pochi: si gridava che Lamarmora aveva patteggiato la sconfitta, che la corte aveva tradito il paese.
Intanto la Prussia, persuasa che l'Italia non andrebbe militarmente oltre i limiti assegnati dalla cessione della Venezia alla Francia, dopo aver risposto a Napoleone colla minaccia di una seconda guerra sul Reno, il 22 luglio segnava un armistizio coll'Austria, e quattro giorni dopo segnava a Nikolsburg i preliminari della pace. Gli articoli di questa dicevano: scioglimento della Confederazione germanica e assenso dato dall'Austria a un nuovo assetto politico della Germania senza di essa; costituzione degli stati tedeschi al nord del Meno in una confederazione sotto la direzione militare e politica della Prussia; facoltà negli stati del sud di confederarsi conservando la loro autonomia; annessione alla Prussia dei ducati dell'Elba, dell'Annover, dell'Assia-Cassel e Nassau; conservazione e integrità dell'impero austro-ungarico ad eccezione della Venezia. In un articolo separato il re di Prussia si faceva mallevadore dell'adesione del governo italiano all'armistizio e alla pace, tosto che il Veneto fosse per una dichiarazione dell'imperatore dei Francesi messo a disposizione di Vittorio Emanuele.
La Prussia, guarantendo l'adesione del governo italiano, non aveva degnato nemmeno d'interrogarlo.
Quindi l'Austria, imbaldanzita subitamente contro l'Italia, le negò per l'armistizio la concessione dell'uti possidetis, già consentita nelle prime trattative con Napoleone; nuovi corpi d'esercito si drizzarono minacciosamente sul Veneto, si parlò di una seconda guerra fra l'Austria e l'Italia. Sarebbe stata la rivincita per l'Italia e la riconquista di tutto il suo territorio, se nella nazione l'entusiasmo guerriero avesse potuto costringere il governo a più risoluto atteggiamento: questo invece piegò un'altra volta alle ingiunzioni austriache. Si ordinò a Garibaldi, unico vincitore, di sgombrare il Tirolo; e Garibaldi, condensando tutta l'amarezza del proprio patriottismo in una sola parola, rispose: «Obbedisco». Spirato il secondo armistizio, ne venne segnato un terzo a Cormons (12 agosto) di quattro settimane, durante il quale fu sottoscritta a Praga la pace fra Austria e Prussia, e a Vienna la cessione formale della Venezia alla Francia colla condizione che il debito publico delle provincie lombarde comprese nel Veneto fosse liquidato secondo il trattato di Zurigo.
In tanto vilipendio di se stesso il governo aveva invano cercato di migliorare le condizioni del trattato col chiedere «che le discussioni per le ratifiche dei confini fossero riserbate alle trattative della pace», giacchè tale allusione al Tirolo meridionale venne subito respinta dalla Francia e dalla Prussia.