Era la fine.

Battaglia di Lissa.

Infatti anche la flotta comandata da Persano aveva già col più doloroso disastro tolto ogni onorata speranza alla guerra.

Questi, rimasto lungamente inoperoso in Ancona assordando di querimonie il governo per difetto o di cannoni, o di carbone, o di macchinisti, mentre il suo avversario Tegethoff osava il 27 giugno inoltrarsi sino a due chilometri dalla città per sfidarlo a battaglia, non solo aveva ricusato la sfida, ma, dissuadendo i capitani con ignobili pretesti da ogni animoso consiglio, si era poi vantato al ministero di aver costretto il nemico a ritirarsi. E il ministro Depretis, credendo al vanto inverecondo, aveva consigliato più lunga attesa insino a che l'esercito del Po riprendesse l'offensiva. Naturalmente ciurme e capitani si demoralizzavano in questa inazione: la codardia dello ammiraglio, oramai nota anche ai mozzi, finiva di prostrare gli animi più saldi.

Il Lamarmora invece, combattuto fra il proprio coraggio di soldato e la inevitabile remissività di ministro, urgeva l'ammiraglio di consigli per una pronta azione contro la flotta nemica, ma proibendogli di minacciare Venezia o Trieste, l'una perchè già ceduta, l'altra perchè la Dieta germanica vi manteneva ancora pretese. Così la guerra, ridotta ad inabile torneo, scivolava in una sanguinosa commedia. La stessa riserva aveva impedito al generale Medici, malgrado le istanze del Ricasoli ripetente con orgoglio l'antico motto del Lamberti «cosa fatta capo ha», di spingersi come avrebbe potuto su Trento prima ancora che Garibaldi minacciasse Riva.

Il Persano, incalzato da tutte le parti, salpò finalmente da Ancona l'8 luglio per ritornarvi dopo cinque giorni d'inutili volteggi: quindi, minacciato di destituzione, ne salpò nuovamente per l'impresa di Lissa, isola montuosa a scirocco d'Ancona sul 43º parallelo con un circuito di 30 chilometri, fortilizi, torri, e una rocca così forte da meritarle il nome di Gibilterra dell'Adriatico. Invano il vice-ammiraglio Albini lo sconsigliò dall'impresa militarmente insensata: il Persano vi si ostinò due giorni, e vi fu sorpreso la mattina del 20 luglio dalla squadra nemica. Allora, reso pazzo dalla paura, dopo aver ordinato su due file distanti l'una dall'altra mille metri i propri vascelli, abbandonò la nave ammiraglia Re d'Italia per riparare sull'Affondatore, grossa corazzata comprata dal governo in America e allora creduta invincibile, sulla quale fece inalberare il pennone di vice-ammiraglio. Così la flotta senza ammiraglio non ebbe più comandi, e la battaglia degenerò in tanti duelli navali. Faà di Bruno, capitano del Re d'Italia, dopo strenua difesa, sentendo il proprio vascello orrendamente squarciato affondare, s'uccise con un colpo di pistola; Alfredo Capellini, capitano della Palestro incendiata, mise in salvo malati e feriti, e si votò con tutto l'equipaggio alla morte sparendo sublime di disperazione in un incendio di gloria.

La battaglia era perduta, ma l'onore del nome italiano era salvo.

L'ammiraglio chiuso nelle torri del suo «monitor» non aveva veduto nulla; poi, a combattimento finito, mentre l'armata austriaca stava ordinata davanti al canale di Lissa, e alcuni fra i più valenti capitani gli consigliavano non imprudentemente di tentare una riscossa, vi si ricusò dichiarandosi vincitore per essere ancora padrone delle stesse acque.

La notizia della vittoria, complice il ministro Depretis, corse per tutta l'Italia a rendere ridicolo un disastro nobilitato dall'eroismo di Faà di Bruno e di Alfredo Capellini.