Ma l'Austria, anche più vinta dell'Italia, era costretta a capitolare, accettando la propria esclusione dalla Confederazione germanica e consentendo alla Prussia le annessioni di Cassel, Nassau, Annover, Schleswig-Holstein e Francoforte; Napoleone, sopraffatto dalla politica di Bismarck e dalla strategia di Moltke, s'argomentava indarno a risollevare l'impero austriaco per mantenere l'antico equilibrio europeo, e sovra di esso la propria preponderanza; ma il suo ultimo imbroglio diplomatico non concludeva più che ad una inutile umiliazione coll'Italia e ad un'inimicizia pericolosa colla Prussia.
L'imperatore d'Austria dovette bensì cedergli la Venezia perchè la rimettesse all'Italia, e così distrarre questa dalla guerra per ritentare colla Prussia una suprema rivincita o migliori condizioni di pace; ma la cessione della Venezia alla Francia dopo il disastro di Custoza era tale offesa all'Italia che nessun ministro poteva accettare. Nullameno Napoleone l'aveva resa anche più odiosa coll'inserirne l'annunzio nel Monitore francese, e mostrando all'Europa il governo italiano ridotto a meno di un governo tributario.
Lamarmora per resistere non trovò più quell'accento di alterigia cavalleresca, col quale aveva ricusato le prime proposte di tale cessione; parve dimesso al paese, sospetto alla Prussia, inabile a tutti. Quindi la sua ripresa delle ostilità, quando i prussiani incalzavano con impeto sempre maggiore i residui dell'esercito sgominato, fu tarda, inefficace e non creduta da coloro stessi che dovevano eseguirla. Il generale Cialdini all'ordine di passare il Po, mentre non era più nessun dubbio sull'esito della guerra prussiana e sulla cessione della Venezia pel tramite dell'imperatore francese, rispose con soldatesca amarezza: — È una buffonata! — Nino Bixio, il solo non vinto a Custoza, ruggì: — Siamo disonorati! — L'ammiraglio Persano invece, all'indomani della rotta di Custoza, aveva dal quartiere reale della Torre di Malimberti ricevuto l'ordine «di fare subito qualche impresa», ma restava inattivo ad Ancona sotto tutte le provocazioni della flotta nemica. In tale strana ripresa di ostilità, allorchè gli austriaci avevano già cominciato a ritirarsi, e il Cialdini si avanzava liberamente fino sotto Padova sognando di valicare le Alpi e scendere per la valle della Drava incontro all'esercito vittorioso di Moltke, quello del Mincio, lasciata la divisione Nunziante all'impresa di Borgoforte, metteva il campo a Ferrara per aspettare gli avvenimenti.
Come sempre, la più onorevole guerra doveva essere combattuta da Garibaldi su per le valli del Tirolo.
Garibaldi nel Tirolo.
Già al primo rompere delle ostilità il governo, per insano terrore di rivoluzioni, aveva limitato i novantacinquemila volontarii inscritti a soli trentacinquemila, assegnando loro Barletta a campo di formazione per tenerli lontani dal teatro della guerra. L'entusiasmo scoppiato ai primi appelli di Garibaldi si era quindi venuto agghiacciando: d'altronde i nuovi volontarii non avevano più quell'eroico spirito d'impresa, che aveva resi così originali e potenti i garibaldini della difesa di Roma e della spedizione di Marsala. Il soverchio numero di adolescenti accorsi sotto le bandiere, la scarsa uffizialità dei veterani impotenti per indole e per brevità di tempo ad addestrarli, la vecchiaia del generale costretto poi a seguire l'esercito in carrozza, un'abbondanza pericolosa di politicanti venuti per vanità di onorificenze e per seminare dissidii, sopratutto la coscienza che un'impresa anche fortunata nel Tirolo non avrebbe potuto influire decisivamente sulle sorti della guerra, infirmavano l'opera della nuova campagna garibaldina.
La quale, aprendosi per le gole dirute del Tirolo, avrebbe voluto molta sapienza di stato maggiore e perseveranza nei soldati. Invece, il merito patriottico soverchiando nella comune estimazione la conoscenza dell'arte di guerra, s'ebbero nomine a comandanti di troppi invalidi o incapaci; e si vide il Picchi d'Ancona, oramai disadatto a fazioni campali, assumere il comando di una divisione; Giovanni Nicotera, già segnalatosi buon parlamentare dopo le tragiche prove delle congiure, guidare con meravigliosa insipienza una brigata.
Quella selezione naturale di ufficiali, onde è costituita tutta la forza dei corpi volontarii, mancò ai reggimenti del 1866, che esprimevano l'ibrida combinazione dell'entusiasmo del 1860 colla regolamentarità degli anni successivi. Il generale stesso, meglio atto a strappare la vittoria coll'irresistibile violenza di una improvvisazione che colla pazienza di studi tecnici, parve minore di se medesimo in questa guerra di montagna, ove la pratica dei luoghi dava ai nemici impareggiabili vantaggi, e le vittorie non bastavano a dilatare la zona d'operazione.
Al rompere delle ostilità Garibaldi non disponeva che di seimila uomini scaglionati su lunga fronte, fra i punti estremi di Tiarno in Val d'Adda e Salò sul Benaco: erano punti intermedi Edolo nella valle d'Oglio e Rocca dell'Anfo in quella del Chiese, ove dovevano concentrarsi tutte le forze volontarie. La flottiglia austriaca sul lago di Garda contava otto piroscafi con quarantotto cannoni e buoni equipaggi: quella italiana su cinque navi non ne aveva che una sola pronta, e con un solo cannone.
Le scaramucce, cominciate sino dal 22 giugno, avevano conchiuso alla fortunata occupazione del ponte del Caffaro e di Monte Suello, quando il telegramma del Lamarmora, annunziante la rotta di Custoza coll'ordine di coprire Brescia, obbligava Garibaldi a richiamare l'avanguardia e a concentrarsi su Lonato. La maggior parte dei garibaldini inerti per colpa del governo nei depositi meridionali mancavano al campo, così che una subita irruzione di austriaci avrebbe potuto costringere Garibaldi ad una ritirata peggiore di quella di Lamarmora. Ma l'indomabile condottiero, riprendendo presto l'offensiva, si reca a Salò per far uomini ed impedire che la minima flottiglia lacustre sia distrutta dai piroscafi nemici e dal primo panico prodotto dai dispacci regi; quindi, persuaso che la miglior prudenza nel triste caso è la temerità, fronteggia il nemico, lascia il generale Avezzana e la flottiglia a difendere la riva sinistra del lago, e con dodicimila uomini irrompe nuovamente nel Tirolo. Il 14 luglio si drizza su Trento, ove convergeva anche il generale Medici con un'altra divisione risalendo la valle del Brenta. Il 3 luglio attacca indarno Monte Suello, ma ferito nella confusione di un panico improvviso dai propri soldati, deve cedere il comando al generale Corte; l'indomani il nemico sloggia dalle posizioni contrastate, e si occupano Bagolino e il Caffaro. La poca attitudine dei volontari a quella guerra alpestre e le armi quasi inservibili rendono difficili gli assalti: Ponte Dazio e Storo, piccolo villaggio al confluente delle valli Giudicaria e d'Ampola, cadono in mano dei volontari. Garibaldi v'impianta il quartier generale; poi, per non essere tagliato fuori da Brescia, attacca coll'artiglieria del maggiore Dogliotti il forte d'Ampola; Giovanni Nicotera per vanità di bravura s'inoltra, disobbedendo, sino al ponte del Chiese, ma è respinto in isbaraglio; nullameno il forte d'Ampola capitola, e la via di Val di Ledro rimasta aperta permette di stendere la testa della colonna sino a Tiarno e a Bezzecca. Infatti Garibaldi con rapido movimento a destra per Val di Ledro mirava a proteggere la giunzione del 2º reggimento ingolfatosi a rovescio degli ordini per Monte Nota verso Pieve; il 10º reggimento marciava per Val Testina a salirne la giogaia e discendere per Val Lorina su Ampola. Intanto il nemico con viva prontezza aveva riunito da seimila uomini nella valle di Conzei e, scendendo su Bezzecca per impedire la giunzione del 2º reggimento, ricacciava il battaglione Martinelli fin dietro le sue mura (21 agosto): ma Garibaldi vi fa testa, risospinge il nemico, lo sbaraglia dopo sanguinosa giornata. La valle Giudicaria dopo altri combattimenti fortunati di Fabrizi a Condino, è già sgombra, il forte Ledro sta per capitolare, il generale austriaco Kuhn si ripiega frettolosamente sul Tirolo tedesco, e Garibaldi marcia già sopra Riva quando l'annunzio dell'armistizio sottoscritto lo arresta.