La marina, della quale pel vantaggio numerico delle navi si menavano grandi vanti, avrebbe dovuto essere uno dei maggiori nerbi della guerra: l'Austria, scarsissima di armata, non avrebbe potuto nell'angustia dell'Adriatico evitare nè la battaglia, nè la sconfitta: facilissimo quindi l'impossessarsi di Venezia e di Trieste. Ma a capo della flotta invece del Galli della Mantica, illustre e potente marinaio, si volle mantenere il Persano, timido ed inetto, mentre al ministero della marina con disinvolta insipienza armeggiava il Depretis.
Nullameno tale era la superiorità numerica dell'esercito e dell'armata italiana sull'austriaca che la vittoria sarebbe stata ancora possibile senza quel capitale errore di un attacco diretto sul Mincio, e con una maggiore indipendenza politica. Già dalle prime ore, attraverso l'entusiasmo della guerra, era penetrata una snervante sfiducia; la generosità donchisciottesca del Lamarmora nel ricusare l'offerta cessione della Venezia riduceva la guerra quasi ad un torneo, del quale il premio fosse in certo modo assicurato, e nel quale Napoleone era giudice di campo; il disegno dell'attacco diretto sul Mincio ribadiva il sospetto che non si volesse marciare su Venezia; l'inazione imposta a Garibaldi nelle gole del Tirolo, la lentezza delle prime mosse, quel limitarsi a poco più di una difesa, mentre la posta data all'esercito italiano sotto le mura di Vienna dall'esercito prussiano avrebbe raddoppiato l'entusiasmo nazionale, l'impossibilità di credere a nessun generale regio, preparavano in una inconscia diffidenza quella tempesta di ire magnanime e partigiane, che poi scoppiò alle prime sconfitte.
Ma nella maggioranza il vecchio scetticismo italiano si apprestava invece a profittare delle vittorie prussiane, e a contentarsi della cessione della sola Venezia anche per mezzo di Napoleone, se l'altra del Tirolo e dell'Istria non fossero possibili per le pretese della Germania.
La campagna.
La guerra cominciò sul Mincio.
Tre corpi di esercito ne tentarono il guado, mentre il quarto comandato da Cialdini avrebbe dovuto passare il Po a Ferrara per prendere forte posizione fra Vicenza e Verona, ed assaltare il quadrilatero alle spalle; Garibaldi dal lago di Garda risaliva la valle del Tirolo; l'ammiraglio Persano colla flotta aveva incarico di assalire l'armata nemica a Pola. L'arciduca Alberto, generalissimo degli austriaci e meritamente in voce di buon stratega, aveva messo a guardia del Tirolo dodici battaglioni di cacciatori imperiali e ventidue centurie di cacciatori tirolesi, aspettando col grosso dell'esercito nel quadrilatero. Le sue truppe arrivavano appena alla metà delle nostre, ma erano più forti per posizioni, per armi, per disciplina, per fede nel generale; l'esercito italiano sommava a 300 mila uomini, la flotta a 36 vascelli, tra i quali 12 corazzate. Un telegramma del re la sera del 22 giugno mandato al Ricasoli, e da questo letto in senato per iattanza teatrale, finì di chiarire all'arciduca Alberto il disegno dell'attacco: e però, ingannando abilmente il Lamarmora, che dalle campagne deserte oltre il Mincio lo giudicava concentrato fra l'Adige e il Po, egli lo lascia avanzare a bell'agio in ventaglio sopra una zona di quaranta chilometri in mezzo al triangolo formato da Peschiera, Mantova e Verona. Le colline di Salionze, Oliosi, San Giorgio in Salice e Sommacampagna, obbiettivo del Lamarmora, sono già occupate dagli austriaci sino dalla notte del 22; un'incredibile illusione persuade al Lamarmora che la battaglia sia ancora lontana; la marcia in avanti è ripresa senza indicarne nemmeno con precisione le strade: ignoranza e disordine la sviano. La divisione del generale Sirtori rimane senza avanguardia, l'altra del generale Cerale con due, mentre il nemico, spiegato a mezzaluna sopra un arco di quindici chilometri, s'inoltra all'attacco. La battaglia (24 giugno) non prevista e male ordinata, si risolve in un disastro; il principe ereditario Umberto vi corre rischio della vita, ed è appena salvato dal valore di un reggimento che si schiera in quadrato per resistere ad un assalto disperato di cavalieri ulani; i generali Villarey e Cerale soccombono ad Oliosi, il generale Dezza capitola coi resti della divisione alle Maragnotte; giù nei piani di Custoza il generale Durando, respinto da tutte le posizioni, deve cedere il campo. Lo sgomento dai soldati, dei quali molti gettarono i fucili, e dal treno borghese, che fuggì tagliando le tirelle ai cavalli, sale ai generali: si teme già un'invasione austriaca. Lamarmora telegrafa a Garibaldi che avanzava lentamente su pel Tirolo: — Salvate l'eroica Brescia — e a Cialdini inerte oltre il Po: — Coprite Firenze — : quindi ordina la ritirata di là dal Mincio per assicurare l'esercito nel forte triangolo di Cremona, Pizzighettone e Piacenza.
Giammai battaglia più insensata e rotta minore prostrarono più grosso esercito e più giovane nazione.
Il paese, giudicando la battaglia dal numero dei combattenti e dei morti, appena un cinquantamila degli uni ed un migliaio degli altri, non può comprendere quella fuga, e fantastica d'infami accordi con Napoleone III. Le prime trattative per la cessione della Venezia sembrano ora il prologo di una guerra, nella quale si ricusi di combattere: trecentomila uomini infatti che si ritirano dinanzi a settantamila; una flotta padrona ed inerte sull'Adriatico; Garibaldi confinato nel Tirolo, poi richiamato, quasi il suo piccolo corpo potesse proteggere davvero quello anche troppo grosso dell'esercito regio; Cialdini sempre immobile davanti al Po, quindi in ritirata egli pure senza aver sparato un solo colpo; tutte le speranze svanite, tutte le vanterie cadute e, tremendo aculeo nella coscienza popolare, le rapide e strepitose vittorie dei Prussiani rovescianti in sette giorni l'impero austriaco. Moltke invece, rivaleggiando con Napoleone I, aveva vendicato sull'Austria l'umiliazione sofferta dalla Prussia nella campagna del 1807; nessuna guerra in nessun secolo era forse stata condotta con più chiara semplicità di disegno e più mirabile puntualità di esecuzione.
Difatti, intimato entro dodici ore il disarmo ai re di Sassonia e di Annover e all'Elettore di Assia Cassel, che nella Dieta avevano votato per la mobilitazione delle truppe federali, alle prime equivoche risposte Moltke aveva gittato i generali Vogel von Falckenstein e Manteuffel sull'Annover e di là sul Meno contro altri corpi di soldati tratti dalla Baviera, dal Würtemberg, dal Baden, dall'Assia-Darmstadt e dal Nassau, sfasciandoli al primo urto. I sassoni atterriti si ripiegavano allora sulla Boemia, ma Moltke li perseguiva con tre eserciti di circa ducentocinquantamila uomini. Tutto piegava davanti alla loro marcia: a Münchengrätz, a Nachod, a Skalitz, a Soor, ogni scontro si risolveva in una vittoria; a Gitschin i tre eserciti vittoriosi si congiungevano per la suprema battaglia scoppiata quattro giorni dopo a Königsgrätz (3 luglio). L'impero austriaco vi soccombeva per sempre, la Prussia vi si mutava in centro della nuova Germania. Napoleone III, che avrebbe voluto diplomaticamente arrestare i vincitori, non era nemmeno ascoltato: con foga irresistibile i prussiani cacciavano già gli austriaci fino sotto le mura di Vienna, e da Blumenau presso Presburgo minacciavano l'Ungheria.
Allora in Italia si comprese improvvisamente tutta la verità e la grandezza del disegno strategico suggerito da Moltke a Lamarmora dandogli la posta sotto le mura di Vienna.