La diplomazia europea, spaventata dalle conseguenze del vasto conflitto, tentò coi soliti espedienti di impedirlo: una prima proposta di disarmo cui Bismarck dovette cedere per riguardo della propria corte ancora repugnante alla guerra, scoperse l'Italia, giacchè l'Austria ormai sicura al nord mandò giù nel Veneto un grosso corpo di soldatesche. Da Londra lord Clarendon, persuaso che l'Austria fosse necessaria all'equilibrio della politica europea, accusava il gabinetto italiano di provocazioni; a Parigi il ministro degli esteri, spingendo l'improntitudine oltre tutti i confini dell'ingiuria, mallevava al legato austriaco Metternich che l'Italia non avrebbe mai assalito per la prima; da Berlino Bismarck per comando del proprio re, disdiceva l'obbligo di soccorrere l'Italia anche se aggredita dall'Austria.

A queste oltraggiose ingiustizie il ministro Lamarmora rispondeva colla più donchisciottesca cavalleria, giacchè l'Austria, fatta persuasa indi a poco della inevitabilità di una guerra colla Prussia, per meglio vincere la partita, offriva d'accordo con Napoleone III la cessione spontanea del Veneto; e il gabinetto di Firenze ricusava. Dopo il tradimento di Bismarck parve al Lamarmora nobile politica rifiutare la Venezia dalle mani dell'Austria per arrischiare una guerra, che non poteva giovare se non all'infedele alleato; mentre diritto nazionale ed internazionale avrebbero permesso all'Italia di ritirarsi da un'alleanza già disonestamente disdetta.

La grande tradizione di Cavour non assisteva più la politica italiana ridotta ad un'alternativa di servilità troppo basse e di preziosità cavalleresche troppo retoriche.

I maneggi diplomatici non s'arrestarono a questa guasconata d'onore: un congresso fu indetto a Parigi per comporre la vertenza (27 maggio 1866); l'Italia vi acconsentì, dichiarando di sperare dal congresso la retrocessione della Venezia; la Prussia vi aderì senza riserve; la Dieta germanica invece ricusava di sottomettere tali questioni della propria politica interna ad alcun arbitrato; l'Austria domandava, insistendo per l'invito della corte di Roma al congresso, che nessuna potenza vi potesse chiedere aumenti di territori, e si fosse stabilito il trattato di Zurigo per punto di partenza alle nuove trattative.

Naturalmente il congresso fallì.

Quindi (7 giugno 1866) il generale prussiano Manteuffel passava l'Eider invadendo l'Holstein.

In Italia gli apparecchi furono spinti alacremente: si consentì un prestito forzoso di 50 milioni all'interno e un mutuo di 250 milioni colla banca nazionale all'1½% con cedole al corso forzoso: espediente, che, reso più triste dai disastri militari, doveva far discendere il consolidato italiano verso il 40%, e rimanere lunghi anni come balzello esiziale su tutte le produzioni e i commerci nazionali. Con insano terrore di nuova reazione borbonica si permise al governo di mandare a domicilio coatto per semplici indizi quanti individui fossero sospetti di ostilità al nuovo ordine di cose: la facoltà durava al governo tre mesi, e la relegazione ai sospettati un anno. Con decreto reale si autorizzò la formazione di dieci reggimenti di volontari con Garibaldi a duce supremo, si mobilitarono le milizie nazionali, si apprestò in poche settimane un esercito di 300 mila uomini. Commessa la luogotenenza del regno al principe di Carignano, e partito il generale Lamarmora pel campo, il ministero dovette rimpastarsi: n'ebbero la presidenza il Ricasoli, il Visconti-Venosta gli esteri, il Depretis avvocato la marina.

Il parlamento, largheggiando colla corona, accordò al governo ogni straordinario potere durante la guerra: esigere nuove imposte, anche se votate da un ramo solo del parlamento; promulgare la legge per la soppressione delle corporazioni religiose e il riordinamento dell'asse ecclesiastico, quantunque non discusso nel senato, che non lo avrebbe forse approvato; provvedere per decreto reale alle grandi opere pubbliche specialmente ferroviarie. Così malgrado la guerra e la crisi economica, si poterono compiere il breve tempo e senza maggior onere dell'erario, congiungendo con l'Italia centrale le provincie venete, le linee da Ferrara a Rovigo, da Firenze a Napoli per Roma, da Messina a Catania, da Pavia per Cremona a Brescia.

Era quasi una dedizione parlamentare giustificata dall'entusiasmo del momento e dalla coscienza di una necessaria dittatura.

Ma la guerra si apprestava con tristi auspicii. Politicamente la posizione dell'Italia era già guasta dall'arbitrario intervento di Napoleone, cui l'Austria aveva offerto di cedere la Venezia perchè la rimettesse al governo di Vittorio Emanuele: si sentiva oscuramente da tutti che l'azione italiana non era più libera, dacchè il protettorato francese tendeva ora a salvare l'Austria da un ultimo sfacelo. L'esercito, non ancora ben fuso, nè abbastanza addestrato, era minato da rivalità di generali e di regioni: non buone le armi, migliore la disciplina, ma scarsa la fede nei capi, e in questi l'abilità e la gloria. Il concorso dei volontari, che avrebbero potuto crescere sino a centomila e si vollero ridotti appena ad un terzo, era giudicato dal governo piuttosto un pericolo che un aiuto: malgrado la fede in Garibaldi, si temeva sempre di qualche moto rivoluzionario, se una sconfitta avesse compromesso la monarchia. Perciò si era pensato prima a gittare Garibaldi sulla Dalmazia per sollevare alle spalle dell'Austria con forte diversione Slavi ed Ungheresi, ma questo ardito proposito venne presto mutato perchè importava un attacco aggirante anzichè diretto del quadrilatero. La guerra avrebbe allora dovuto procedere colla massima celerità, proteggendo con due corpi Milano e Firenze, marciando su Venezia per attirare il nemico in campo aperto, e minacciando Vienna. Era questo il disegno proposto dal grande stratega Moltke per mezzo del legato Usedom, e suggerito con opposte intenzioni rivoluzionarie ma pari intuizioni di guerra da Mazzini: Garibaldi sulle coste dalmate avrebbe potuto con cinquantamila volontari essere di valido aiuto. Invece si volle, malgrado l'esperienza infelice del 1848 e 1859, tentare l'attacco diretto sul quadrilatero reso imprendibile da nuove fortificazioni. Il Lamarmora ricusò per orgoglio di generale il disegno offerto da Moltke, e piegò come ministro agli intendimenti di Napoleone, che voleva la guerra italiana limitata al minore sforzo possibile: sciaguratamente la rivalità col Cialdini, cui si era con inescusabile parzialità conferito pari comando, finì di guastare il disegno di guerra adottato. Garibaldi, internato nel Tirolo con scarse forze, malissimo armate al solito e contrastate con ogni maniera d'intrighi, non era più che un prigioniero della monarchia, abbastanza furba per trarre la gioventù rivoluzionaria in tale nobile domicilio coatto.