L'ordine fu ristabilito. Gli autonomisti, che avevano mestato nella congiura e fornito le bande, spaventati essi medesimi dalla truce anarchia, riaderirono prontamente al governo. Per prudenza politica questo non volle indagare nè le vere origini, nè quali fossero i maggiori colpevoli della rivolta.
Nelle provincie napoletane più infette dal brigantaggio quel moto siciliano non ebbe ripercussione: con esso finì la reazione meridionale separatista.
Il gabinetto Ricasoli, già indebolito dai disastri della guerra, ne ricevette un colpo mortale.
La politica ecclesiastica.
Le illusioni create nei più ingenui di parte moderata dalla Convenzione di settembre dovettero dissiparsi alle nuove dichiarazioni di Napoleone III, che ritirando momentaneamente il presidio da Roma non intendeva assumere altri impegni per l'avvenire. Il sacrificio del diritto nazionale consumato dal governo per eliminare i francesi da Roma, nella speranza di potervi un giorno entrare dietro qualche imprevedibile avvenimento, tornava quindi inutile dopo questa minaccia di altro intervento. Infatti non appena l'esercito regolare francese si fu ritirato da Roma, una grossa mano di finti volontari racimolati fra esso vi rientrava a costituire una legione, chiamata poi dal nome di Antibo e salutata dal generale francese Dumont, venuto da Parigi a passarla in rivista, come nuova legione tebana.
La teorica cavouriana della conquista di Roma con mezzi morali, infelicemente interpretata da' suoi successori, sembrava finire nel più doloroso ridicolo, ora che l'ottenuta soluzione del problema veneto rendeva più urgente quella della questione romana. Si comprendeva da tutti che là stava il principio della rivoluzione italiana e la sola possibile rivincita degli errori e delle umiliazioni patite dal periodo delle annessioni sino allora. Bisognava a qualunque costo forzare Roma, per dare all'Italia colla sua capitale storica una vera coscienza di nazione.
Ricasoli vi si accinse: ma come all'indomani della Convenzione di settembre il Lamarmora aveva deputato a Roma il Vegezzi, così egli vi mandò il Tonello per trattare delle sedi vescovili vacanti. Poi, lusingato dalla nomina di due prelati liberali alle chiese metropolitane di Torino e di Milano, si spinse oltre sulla via di una conciliazione. Il concetto suo e dei partigiani neo-guelfi era d'indurre il papa ad una spontanea rinuncia del potere temporale, largheggiando siffattamente con lui di concessioni nella politica ecclesiastica da assicurargli un'immensa preponderanza sulla vita civile. A scusa di questo disegno s'invocava la necessità di liberarsi dalla Francia col ridurre la questione romana ad un problema di ordine interno, giacchè ottenere Roma colle armi non si poteva. Ma un errore più profondo si nascondeva in quest'idea, ed era la soggezione del pensiero civile al pensiero religioso con questo riconoscimento della suprema autorità cattolica come fonte di tutti i diritti regii, e colla negazione del principio rivoluzionario il quale non aveva altra originalità dal disconoscimento della supremazia religiosa in fuori. La libertà di pensiero, conquistata religiosamente dalla Riforma e civilmente dalla rivoluzione francese, sarebbe stata così sconfessata dalla rivoluzione italiana. Era l'ultima riapparizione dell'idea giobertiana del Primato: ma la vasta utopia del filosofo piemontese non riusciva nella politica del gabinetto di Firenze che a mascherare i pregiudizi della corte incapace di concepire la propria autorità senza sanzione religiosa, e cercante nella forte compagine del cattolicismo un baluardo contro i flutti della rivoluzione.
Intanto il ministero aveva già firmato la convenzione finanziaria derivata dalla Convenzione di settembre, e per la quale l'Italia assumeva il debito delle provincie pontificie annesse senza nemmeno chiedere la libertà di quei cittadini italiani che, come il bolognese Petroni, da quindici anni soffrivano nelle carceri romane. Nullameno il governo francese, per quel brutto vizio di aggiungere sempre al danno lo scorno, non fidandosi nè alla firma reale nè all'onore della nazione, aveva forzato il gabinetto a deporre venti milioni nella Cassa-depositi a Parigi.
L'occasione ai nuovi tentativi di accordi con Roma venne dalla legge sull'alienazione dell'asse ecclesiastico, che lo Scialoia, reggente allora il portafoglio delle finanze, doveva presentare alle Camere. In essa, poi giustamente definita una singolare mistura di santimonia neo-guelfa e di speculazione bancaria, si rimetteva nelle mani dei vescovi, se volessero accettarla, la vendita dei beni del clero nel termine di dieci anni, e la conversione del ricavato, e l'amministrazione e la distribuzione delle rendite agli usi del culto e al mantenimento delle persone, salvo il pagamento di 600 milioni di lire italiane allo Stato in rate semestrali di cinquanta milioni l'una, quasi per quota-parte delle appartenenze della società laica nella destinazione di tali beni. Era assuntore della vasta operazione bancaria il banchiere belga Langrand-Dumonceau di parte ultramontana.
Contemporaneamente i nuovi diplomatici mandati a Roma offrivano al pontefice per parte del governo italiano la rinunzia alla presentazione dei candidati alle sedi vescovili e alle guarentigie tradizionali del placet, dell'exequatur e del giuramento.