L'abbandono di queste viete riserve della sovranità regia contro l'autorità ecclesiastica, logico secondo i principii della rivoluzione, pei quali ogni religione nello stato non deve essere che un'opinione perfettamente libera come tutte le altre, diventava nelle intenzioni e nel fatto di tale politica un privilegio alla chiesa romana, che col maneggio dell'alienazione e della disposizione del patrimonio ecclesiastico si sarebbe costituita centro di enorme clientela, esercitando la più sconfinata influenza specialmente coll'elettorato ristretto d'allora.

Gregorio VII, il fiero tribuno del papato, non avrebbe potuto chiedere di più. Fortunatamente la stessa legge storica della decadenza nel papato impedì alla corte romana di accettare l'improvvida offerta: la Camera, malgrado il bigottismo monarchico-religioso della propria maggioranza, respinse il progetto Scialoia, contro cui si levavano proteste specialmente dalle provincie venete: quindi Ricasoli, violento d'orgoglio, ottenne dal re lo scioglimento della Camera, ma le elezioni essendoglisi chiarite avverse dovette dimettersi.

Durante la lotta di queste, Garibaldi, dietro consiglio della sinistra parlamentare, si era recato sul continente per pubblicarvi un manifesto politico sull'urgenza di conquistare Roma all'Italia colle vie legali, ed aveva percorse tutte le provincie venete arringando i popoli inutilmente: la nuova Camera, da lui sognata tutta piena di rappresentanti decisi a sciogliere magari con una guerra nazionale alla Francia il problema di Roma, risultò invece poco diversa dalle altre, sebbene ostile al ministero.

Ministero Rattazzi.

Col ritorno del Rattazzi al potere doveva svolgersi in un ultimo equivoco della politica monarchica il supremo tentativo rivoluzionario per la conquista di Roma.

Difetti e qualità rendevano il nuovo ministro singolarmente adatto alla tragica avventura. La sua prontezza così a sedurre come a lasciarsi sedurre da grandi imprese, trovando sempre in un tradimento finale la soluzione ad un intrigo divenuto inestricabile, faceva di lui egualmente sperare e temere. Lo si sapeva infatti giacobino contro il papa e cortigiano con Vittorio Emanuele, ligio a Napoleone e avverso alla destra, compromesso colla sinistra e odiato dal popolo; ma così abile parlamentare e scaltro diplomatico da reggersi nelle più difficili situazioni non ostante lo squilibrio dell'ingegno.

La sua presenza al ministero, anzichè rinfocolare gli odii di Aspromonte, parve quindi al partito d'azione arra di più coraggiose e feconde iniziative.

Roma, ritornata colla partenza del presidio francese in signoria di se medesima, mutava apparentemente le condizioni del proprio problema politico. Se infino allora le sarebbe stato difficile ogni moto rivoluzionario, giacchè il governo pontificio denunciandolo come tumulto plateale avrebbe avuto, a schiacciarlo, irresistibile concorso dalle truppe francesi, ora non trovandosi sopra altri nemici che i pochi mercenari papalini poteva senza troppa difficoltà e con molta speranza di buon successo, levarsi a rivoluzione. La Convenzione di settembre, coll'assicurarle il reciproco non intervento della Francia e dell'Italia, le lasciava tutto il merito della iniziativa. Malgrado le compromissioni di Napoleone col clero francese, difficilmente ad una spontanea rivoluzione dei romani egli avrebbe potuto allora, nel rifermentare delle passioni republicane a Parigi, ripetere la spedizione del 1849; quindi l'Italia invocata liberamente da Roma avrebbe risposto occupandola colle proprie truppe. L'impero buonapartesco, prima di scendere ad una guerra contro l'Italia, avrebbe dovuto pensare seriamente alla posizione fattagli in Europa dalla rivalità della Prussia.

Era questa l'idea di Mazzini e da lui eloquentemente sua indarno predicata ai romani.