La burbanzosa bruscherìa dell'Austria nel concedere tre soli giorni al Piemonte per la risposta sul disarmo troncò ogni difficoltà. Coll'assalire per la prima, essa violava i trattati del 1815, e la guerra rivoluzionaria dell'alleanza franco-sarda si mutava diplomaticamente in una guerra di difesa.

Intanto il conte di Cavour, spingendo vivamente i preparativi di guerra, otteneva dal parlamento poteri straordinari di governo: per contrastare alle mene bonapartiste in Firenze e in Napoli, allargava il moto rivoluzionario; accusava i mazziniani intransigenti di fare le parti dell'Austria; aveva nominato Enrico Cialdini comandante supremo del corpo di volontari costituito da Garibaldi. Questi doveva rimanere subalterno attirando la gioventù colla gloria del proprio nome, ma non guidarla alla vittoria: Lamarmora ministro della guerra negò con tanta ostinazione di riconoscere i gradi agli ufficiali garibaldini che i loro brevetti dovettero essere firmati dal ministro dell'interno. Poi i volontari furono male armati, frazionati, sospettosamente sorvegliati.

L'effervescenza degli animi cresceva d'ora in ora; la gioventù scaldavasi a questi primi clamori di guerra; solo i mazziniani resistevano nel nome dell'unità nazionale negata dal trattato franco-sardo e della democrazia compromessa dai momentanei dispotismi regii ed imperiali. Da Londra emanarono una protesta di astensione dalla guerra, cui fallirono poco dopo generosamente accorrendo da ogni parte sotto le bandiere.

Il Piemonte esausto faceva gli ultimi sforzi, ma sottomesso fatalmente alla Francia. Quindi l'incendio rivoluzionario, che avrebbe dovuto avvampare per tutte le città d'Italia come nel 1848, non scoppiava: i volontari corsi in Piemonte non superavano i trentamila; le Provincie libere non si ribellavano, quantunque sicure che l'Austria impegnata in tanta guerra non avrebbe potuto invaderle per sostenere i principi alleati. E questi avevano milizie troppo scarse e fiacche per resistere ad una vera insurrezione popolare.

L'Austria accennava già a ritirare le truppe da tutti i luoghi occupati per concentrarle nel teatro della guerra: le ammonizioni di Cavour sconsiglianti da iniziative popolari non sarebbero bastate ad impedirle, se più intensa fosse stata nella nazione la coscienza dì patria e maggiore l'energia del carattere. I patrioti abitatori delle Provincie negli ultimi dieci anni erano tutti in Piemonte, onde lo spirito delle masse non mai da tormenti di tirannide spinte alla disperazione della rivolta, si effondeva ora nei vanti delle future vittorie francesi: mentre ai tirannelli abbandonati dall'Austria non restava più nemmeno il coraggio di sostenere con essa una guerra decisiva per la loro esistenza.

Solo la Toscana e le provincie limitrofe di Massa e Carrara, troppo straziate dal duca di Modena, tumultuarono all'annunzio della dichiarazione di guerra. Il granduca Leopoldo non osò resistere; il principe Carlo suo secondogenito non seppe farsi ubbidire dagli artiglieri, ordinando loro di bombardare Firenze dal forte di Belvedere: quindi il tumulto si sciolse in chiasso pacifico, e il popolo con berta ancora rispettosa augurò il buon viaggio al granduca fuggente.

I governi provvisorii di Firenze e di Massa e Carrara offersero la dittatura a Vittorio Emanuele; ma questi sottoposto alla volontà dell'imperatore, non osò accettare, malgrado la dittatura conferitagli dalla Società nazionale e dal parlamento.

Così cominciava la nuova rivoluzione unitaria.

Capitolo Secondo.
La conquista regia