Guerra Franco-Sarda.

L'intimazione dell'Austria al Piemonte, irritando l'orgoglio francese, agevolò a Napoleone il concorso della publica opinione. Se nelle sfere politiche e nei saloni mondani di Parigi la nuova guerra trovava vivi oppositori per complicate ragioni d'interessi, quelli fra i maggiori spiriti che per modernità di pensiero e di coscienza, da Flaubert a Quinet e da Michelet ad Hugo, rappresentavano l'iniziativa francese, vi erano favorevoli. La contraddizione del disegno napoleonico collo spirito democratico di quest'impresa non bastava a nasconderne loro la verità. L'esercito era fremente di entusiasmo; il popolo, attraverso le vanterie inguaribili della propria indole, insuperbiva di ridiscendere ad una guerra di emancipazione. L'eroica coscienza francese sentiva di riaffermare così il proprio primato sulla coscienza europea.

E la guerra incominciò.

Il 29 aprile 1859 il generale austriaco Giulay passa il Ticino con 100,000 soldati, avanzando senza incontrare resistenza verso Vercelli: la Lomellina è stata con patriottica abnegazione inondata, l'esercito piemontese, forte di 70,000 uomini e appoggiato sulle fortezze di Casale e di Alessandria, evita lo scontro, giacchè una dolorosa sfiducia sta per consigliare ai suoi generali una ritirata; ma Alfonso Lamarmora, cui un rancore di Vittorio Emanuele aveva negato l'onore meritato di un seggio al consiglio di guerra, riesce ad impedirla. Il 12 maggio Napoleone sbarca a Genova fra deliranti acclamazioni di popolo; le prime colonne dell'esercito francese sono già calate dalle Alpi ed entrate a Torino. Il generale austriaco, che con un attacco rapido e vigoroso avrebbe potuto sgominare l'esercito sardo impedendone la congiunzione col francese, ora stenta a fronteggiare gli alleati. D'ambo i lati le forze si pareggiano. L'imperatore Napoleone assume il comando dell'esercito italiano umiliando l'orgoglio nazionale d'Italia, ma ottiene migliore unità di disegno e di opera; il generale austriaco deve al solito dipendere dal consiglio aulico di guerra residente a Vienna. D'altronde la sua incapacità lo predestina alla sconfitta, mentre una nobile emulazione raddoppia il valore degli alleati, e l'entusiasmo di patria muta le inesperte milizie volontarie in eroi.

A Montebello la cavalleria piemontese, sostenendo bravamente un forte assalto del generale Urban, dà tempo al generale francese Forey di accorrere colla propria divisione e di respingerlo: poi le battaglie si succedono con terribile crescendo. Mentre il generalissimo austriaco si concentra ostinatamente sul Po e sul Ticino, l'esercito francese coperto dalle truppe piemontesi gira inosservato il fianco destro del nemico; il Generale Cialdini con quattro divisioni italiane sostenute da un reggimento di zuavi sloggia da Palestro il presidio tedesco; poi, riassalito l'indomani da più forti colonne le schiaccia, e passa oltre. Vittorio Emanuele, umiliato come re di Piemonte dal supremo comando dell'imperatore, non è più che un soldato, ma vi ha sfolgorato di gloria improvvisa, gettandosi alla testa dei zuavi entro la Sesia rigonfia dalle pioggie e trascinandoli furenti alla vittoria. Quindi gli alleati, concentrati a Novara, costringono il nemico a ritirarsi sulla riva del Ticino: la battaglia ripresa presso il villaggio di Magenta si risolve in maggiore sconfitta per gli austriaci; i granatieri della guardia imperiale francese vi sfoggiano eroismo, il generale Mac-Mahon vi conquista il titolo di duca; però una sola divisione italiana col generale Fanti ha potuto cooperarvi a vittoria già sicura.

Tutta la Lombardia è conquistata: gli austriaci sgombrano simultaneamente da Milano, dai Ducati, dalle Legazioni.

Intanto Giuseppe Garibaldi nel giorno stesso della vittoria di Montebello aveva passato arditamente la Sesia per gettarsi sulla Lombardia. La sua opera contraddetta da Mazzini, quasi strangolata da Cavour quantunque bene accetta al re, era passata per tutta una triste filiera di umiliazioni e di disinganni. Garibaldi, chiamato al ministero per la costituzione di un corpo di volontari, aveva dovuto sottomettersi al comando del generale Cialdini; gli si era proibito di formare i corpi; era stato relegato a Rivoli verso Susa, mentre si stabilivano due depositi di volontari a Cuneo e a Savigliano. La commissione di arruolamento istituita a Torino sceglieva la più forte gioventù pei corpi di linea e ne abbandonava i meno prestanti ai battaglioni di volontari: poi, siccome questi aumentavano, si chiamò dalla Toscana già ribellatasi il generale Ulloa per costituire un secondo corpo di cacciatori degli Appennini. Quelli di Garibaldi si chiamavano cacciatori delle Alpi. Una feroce gelosia di caserma irritava contro di lui tutte le vanità accademiche degli altri generali: dopo il comando di Cialdini chiamato alla difesa di Casale, Garibaldi dovette subire quello del vecchio generale De Sonnaz; malgrado gli ordini del re, Cavour ricusò di concedergli i volontari rimasti inerti ai depositi; per un momento gli si fè sperare di gettarlo attraverso i Ducati per sollevare l'Italia centrale, ma Cavour si oppose ancora.

L'abile ministro comprendeva fin troppo bene la necessità di avere una truppa rivoluzionaria per italianizzare la guerra franco-sarda, ma di tenerla subalterna per non perdere nel sentimento delle masse il prestigio delle future vittorie.

Il conte di Campello, ministro della republica romana, aveva decretato che la legione di Garibaldi non dovesse oltrepassare i cinquecento uomini; il conte di Cavour con migliore ragione politica la volle limitata a tremila.

Nullameno la piccola truppa riuscì mirabile. V'erano volontari d'ogni grado, d'ogni classe, d'ogni merito: veterani del quarantotto come Medici e Cosenz, giovani come Bronzetti e De Cristoforis che dovevano improvvisarsi eroi, milionari ed artisti, intere famiglie di fratelli come i Cairoli, politici ignorati che poi divennero ministri, popolani fieramente poveri, aristocratici squisitamente liberali, gente di mare e di terra, di un coraggio intrattabile come Bixio o di una mitezza poetica come Gradenigo.