Tutta la loro politica si riassumeva nell'amore di patria: non discutevano di bandiera, sopportavano ogni ingiustizia senza lamento, non chiedevano gradi, non aspiravano ad onori. Una democrazia incredibile regnava nel loro campo, l'entusiasmo vi teneva luogo di disciplina, l'amicizia e la fede vi rendevano gli ordini indiscussi. La gloria del generale era la superbia di tutti: nobili e prodi come i paladini delle antiche leggende, ignoravano d'iniziarne un'altra: cavalieri di una democrazia reclutata fra tutte le classi sociali, anelavano colla più moderna delle contraddizioni alla guerra senza risentirne le malvagie passioni: e così creavano col più generoso degli eroismi la più bella originalità della rivoluzione italiana.
Ad un ordine del re, Garibaldi passa finalmente la Sesia, delude abilmente gli austriaci al guado del Ticino, da Sesto Calende si difila su Varese. Ma nemmeno la sua presenza basta a decidere il popolo lombardo ad una vera insurrezione: i villani gli ricusano quelle spiegazioni che dànno spontaneamente agli austriaci; i paesi lo accolgono festanti come un liberatore e tacciono sgomenti appena nella sua rapida marcia li oltrepassa. Emilio Visconti-Venosta, un mazziniano convertito non troppo onorevolmente alla monarchia sarda, segue quale commissario cavouriano Garibaldi per istituire governi provvisori e sorvegliare le sue mosse.
Ma Urban, uno dei più fieri generali austriaci, è spiccato contro Garibaldi con oltre quindicimila uomini. Questi, che a Varese aveva con un pugno di volontari respinto un corpo della guarnigione di Milano, forte di tremila uomini, vi si trincera intrepidamente senza cannoni, senza cavalleria, con fucili poco servibili. Il 25 maggio fuga alla baionetta le prime colonne nemiche; quindi, ingannando con marcia coperta Urban, inteso a sorprendere la piccola città, lo persegue a San Fermo, entra a Como. Di là, padrone del lago, diffonde l'insurrezione per tutti i paesi delle sue rive fino su alla Valtellina, tenta di sorprendere con ardita fazione il forte di Laveno sui Lago Maggiore, ma fallisce perchè il maggiore Bixio non può decidere le barche doganiere della sponda piemontese a secondarlo nell'assalto. Poco dopo, stretto da nuove mosse dell'Urban vincitore di Varese e minacciante Como, può a stento fronteggiarlo, finchè alla notizia della vittoria di Magenta questi è costretto a ritirarsi; e Garibaldi risale il lago, da Lecco marcia su Bergamo, ributta una colonna austriaca a Seriate, occupa Brescia. Il suo piccolo esercito è raddoppiato, la Lombardia quasi tutta sgombra. Nello stesso giorno che Garibaldi libera Brescia, l'esercito francese proseguendo la vittoria di Magenta sconfigge a Melegnano l'ottavo corpo austriaco comandato dal generale Benedek, e Napoleone e Vittorio Emanuele entrano trionfatori in Milano.
La grossa metropoli lombarda, istrutta dai dolorosi ricordi dell'ultima rivoluzione, e conscia di essere lo scopo della guerra, appena evacuata dal nemico proclamava a delirio di popolo la propria annessione al Piemonte secondo il plebiscito del quarantotto, deputando assessori municipali al campo di Vittorio Emanuele come ambasciatori del voto popolare.
Il proclama di Napoleone III alto nei concetti e sonoro nelle frasi, indirizzandosi ai milanesi, si volgeva a tutti gl'italiani per invitarli ad arruolarsi sotto il vessillo di Vittorio Emanuele, e diceva: «Io non vengo tra voi con un sistema preconcetto, per spodestare sovrani e per imporre la mia volontà: il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici e mantenere l'ordine interno; esso non porrà ostacolo alcuno alla libera manifestazione dei vostri voti».
Sotto la cortesia delle parole s'intendeva già l'accento del padrone; ma la passione rivoluzionaria del momento, lusingata da quell'invocazione agli italiani, che sembrava associare alla liberazione di Milano tutti i popoli delle altre Provincie, non l'intendeva.
Per contrario il proclama di Vittorio Emanuele, invece di esprimere l'italianità di quella guerra emancipatrice, non s'indirizzava che ai Lombardo-Veneti e non prometteva loro che un libero e durevole reggimento, appena si fosse assicurata l'indipendenza della patria.
La guerra franco-sarda non era ancora italiana nè di idea nè di scopo.
Infatti, ripresa poco dopo con maggiore alacrità, doveva arrestarsi troppo presto a rovescio d'ogni previsione.
Gli austriaci, intesi a forte concentramento sul Mincio, sgombrano Pavia, Piacenza, Pizzighettone, il castello di Brescia, Bologna, Ferrara, Ancona, riordinando con nuovi contingenti l'esercito ed ingrossandolo di altri centomila uomini; lo stesso imperatore Francesco dal proprio campo di Verona assume il comando supremo. Gli alleati, sospettosi di un tranello nella troppo precipitosa ritirata, si avanzano lentamente con marcia parallela verso il Mincio. Gli austriaci chiusi nel formidabile quadrilatero avrebbero potuto resistere con molto vantaggio e ristabilire le sorti della guerra; invece, riprendendo improvvisamente l'offensiva, occupano le alture di Solferino e di San Martino. La battaglia vi scoppia quindi il 24 giugno sopra cinque leghe di estensione, impegnando tutte le forze d'ambo le parti; l'accanimento più feroce vi moltiplica la strage, cinquantamila fra morti e feriti ingombrano il terreno, ma la vittoria rimane agli alleati; gli austriaci, ricacciati da tutti i poggi, debbono ripassare il Mincio.