Il governo publicava minacce e lasciava espandersi il moto. Quasi tutti i maggiori rivoluzionari dissuadevano Garibaldi dall'impresa. Acerbi, Crispi, Mario, Fabrizi gliene illustravano con terribile evidenza i pericoli e gli equivoci; ma egli si ostinava sublimamente muto, vincendo la loro ragione col fascino della propria volontà. Nella infallibilità dell'istinto egli solo sentiva che la rivoluzione doveva a se medesima, dopo la inonorata conquista monarchica del Veneto, un supremo tentativo su Roma, alla quale la monarchia aveva abdicato colla Convenzione di settembre e il trasporto della capitale a Firenze. Sulle condizioni dell'impresa la sua vecchia esperienza s'ingannava ancora meno di quella degli altri rivoluzionari, quantunque la nobile speranza di trascinare con questa iniziativa Vittorio Emanuele in campo lo illudesse ancora. Ma la rivoluzione non poteva, come la monarchia, rinunziare a Roma sotto pena di rendere ridicola la tragedia di Aspromonte: la morte di Garibaldi e una ecatombe di garibaldini sotto le mura di quella per mano dei francesi avrebbe invece staccato per sempre l'Italia da Napoleone, e resa inevitabile la guerra al papato.
Garibaldi voleva morire. A mezzo settembre (1867) Giovanni Nicotera era già a capo di una colonna mirante su Velletri; Menotti Garibaldi col corpo centrale dei volontari si teneva pronto a marciare su Monterotondo; Acerbi con l'ala destra minacciava Viterbo; e Garibaldi scorreva la frontiera attendendo da Roma un segnale d'insurrezione, pronto a varcarla anche senza di questo. Ma il ministero, stretto dalle minacce francesi, decide di arrestarlo quantunque deputato e violando lo statuto: ad Arezzo l'accoglienza entusiastica del popolo lo protegge, ma nel villaggio di Sinalunga presso il lago Trasimeno è catturato con parte del suo stato maggiore (23 settembre). Soldati dell'esercito regolare che lo veggono passare prigioniero urlano: «A Roma, a Roma!»; il popolo di Firenze tumultua; però Garibaldi viene chiuso momentaneamente nella fortezza d'Alessandria. Allora i suoi luogotenenti si mordono l'uno l'altro per gelosia di comando; nella confusione centuplicata dall'arresto del generale nè volontari, nè esercito, nè parlamento, nè paese comprendono più nulla. Siccome il ministero non disperde i volontari alle frontiere papaline, i più suppongono quell'arresto una lustra diplomatica per ritardare la spedizione, dar tempo a Roma d'insorgere, e al governo d'intervenire col proprio esercito.
Garibaldi, indignato del tradimento, dimentica se stesso al punto di chiedere protezione all'Inghilterra, agli Stati Uniti e all'Argentina come loro cittadino, Rattazzi impaurito dello scandalo gli manda il generale Pescetto, ministro della marina, per offrirgli di tornare libero a Caprera senza condizioni; Garibaldi accetta, ed invece rimane prigioniero nell'isola bloccata dalle navi regie.
Ma siccome dalla cittadella di Alessandria aveva già promesso ai romani di raggiungerli a qualunque costo, appena cominciate le ostilità fugge, a notte, romanzescamente, sopra uno schifo; approda in Sardegna; di là sbarca a Livorno, ricompare a Firenze (19 ottobre) che la guerra è già scoppiata alla frontiera pontificia. Infatti il 28 settembre alcune bande di garibaldini, varcato il confine, avevano già costretto i gendarmi di Acquapendente ad arrendersi; quindi, entrate in Viterbo, vi avevano costituito un comitato d'insurrezione col nome di governo provvisorio, mentre altre si erano insignorite di Bolsena e minacciavano Pontecorvo.
Rattazzi, messo al bivio dalla riapparizione di Garibaldi o di ripetere Aspromonte marciando contro i volontari, o di sorpassare la loro iniziativa invadendo lo stato pontificio, si dimette. Ma tutto era già perduto prima. Napoleone aveva annunziato il proprio intervento armato; Vittorio Emanuele per mezzo dell'ambasciatore Nigra era stato forzato a proporgli un intervento misto, poi il 19 ottobre gli aveva ripetuto l'offerta dichiarandosi pronto a riconoscere francamente in un proclama l'appoggio francese, e chiudendo il dispaccio col rimettersi all'alta saggezza dell'imperatore. Il 22 Napoleone rispondeva ancora che «una occupazione mista non farebbe che complicare la questione dei due governi»; e Vittorio Emanuele proibiva a Rattazzi d'invadere lo stato pontificio.
Nullameno l'imperatore titubava ancora. Ma la monarchia, sottomessa da quasi dieci anni alla sua volontà, non poteva osare di soverchiarlo accettando il consiglio dato da Garibaldi a Rattazzi: «invadere Roma coll'esercito italiano e subito». Pio IX invece, conoscendo meglio del gabinetto di Firenze l'animo dell'imperatore, aveva esclamato con quella scettica bonarietà divenuta già celebre: «Imbecilli! aveva loro concesso otto giorni!».
Rattazzi, abbastanza abilmente sgusciato dalla oramai bieca situazione col dimettersi dopo aver compromesso impero, monarchia e rivoluzione, in mezzo al turbamento universale pareva ancora un forte ministro sagrificato dalla viltà del proprio governo. Il generale Cialdini, incaricato di racimolare un nuovo ministero, non essendo riuscito a dissuadere Garibaldi dall'impresa, declinava il troppo difficile mandato.
Gli successe quindi il generale Menabrea con un ministero reazionario; però non si ardì nè arrestare Garibaldi, nè impedire altrimenti la spedizione. Pel primo caso s'invocavano difficoltà insuperabili, e si diceva cavillando che nessuno poteva imprigionarlo, non il Rattazzi perchè ministro dimissionario, non il Cialdini siccome ricusatosi a formare il nuovo ministero, non il Menabrea che non l'aveva ancora formato del tutto; pel secondo il governo seguiva tuttavia la spinta datagli dalla politica di Rattazzi fra le contrarie correnti di Francia e della rivoluzione.
L'eclissi della coscienza publica era totale. Mentre il governo minacciava repressioni, i comitati mandavano soccorsi e diramavano proclami; il potere legislativo era sospeso, quello esecutivo diventato problematico.