Questa umiliazione non fu l'ultima.

Vittorio Emanuele con ingenua servilità scrisse ancora all'imperatore Napoleone una lettera per scongiurarlo nel nome dei medesimi interessi bonapartisti a richiamare le truppe da Roma e per offrirgli l'alleanza italiana, se rinunciasse ad ogni ulteriore protezione del papato. Questa lettera singolare diceva: «... gli ultimi avvenimenti hanno sopito ogni rimembranza di gratitudine nel cuore dell'Italia. L'alleanza della Francia non è più nelle mani del governo! Il fucile Chassepot a Mentana l'ha ferita mortalmente. Ma questa alleanza non è spregevole. Sire: essa è alleanza più sicura e più efficace, che non sia quella del partito clericale. Ora Vostra Maestà senza offendere la volontà della nazione può, se vuole ravvivarla o secondarla» (6 novembre).

Così scrive il re d'Italia al difensore del pontefice, al vincitore di Garibaldi, all'alleato, che primo colla formazione della legione d'Antibo aveva violato la Convenzione del settembre.

Il ministro francese degli esteri Rouher, rispose brutalmente all'umile lettera del re dichiarando fra gli applausi della camera che gli italiani non si impadronirebbero di Roma giammai!

Questa parola suonò come uno schiaffo sulla fronte della nazione. Garibaldi, ancora prigioniero, veniva pregato dal ministro Gualterio di scegliersi un esilio spontaneo per non suscitare imbarazzi al governo.

Il paese intanto si manteneva calmo. I reduci garibaldini vi erano considerati come pazzi che avessero voluto forzare l'impossibile, si giudicava severamente l'opera di Garibaldi, si accusava Rattazzi di aver compromesso le sorti delle istituzioni, non si misurava abbastanza bene la nuova bassezza, alla quale era sceso Vittorio Emanuele; mentre per una delle solite contraddizioni spiacevano le compiacenze servili del Menabrea alla Francia, e i suoi postumi rigori contro i volontari. Naturalmente la discussione degli ultimi avvenimenti si restrinse alla camera, senza guadagnarvi nè di logica nè di nobiltà. La destra intransigente vi si accanì contro Garibaldi e più contro Rattazzi, capo della sinistra: pareva ad essa un sacrilegio l'aver tentato contro il volere della monarchia la questione di Roma: quindi colla vanteria di una praticità fatta di sommissione e di pedanteria derideva come rettorica le magnanime affermazioni del diritto nazionale su Roma, e respingeva come ingratitudine le pretese di una emancipazione dall'impero francese ancora arbitro d'Europa. Di rimpatto la sinistra, giustamente sospettata di riserve republicane, accusando la destra di partito antinazionale, ricadeva sotto il sospetto di voler abbattere le istituzioni, mentre i veri rivoluzionari si lagnavano invece che avesse tradito la rivoluzione a profitto della monarchia. La colpa, palleggiata da partito a partito, da ministero a ministero, dal re a Garibaldi, era uguale in tutti. Questi solo aveva voluto dar Roma all'Italia malgrado il papa, l'impero e la monarchia, ed era stato battuto, ma la sua sconfitta isolava Napoleone in Europa togliendogli ogni possibilità di nuova alleanza coll'Italia, infamava il papato ed abbassava la monarchia.

Il motto di Enrico Cairoli morente — il problema è sciolto! — era stata una di quelle rivelazioni, che la storia talora accorda all'agonia degli eroi.

Il linguaggio insolente della Francia, cui il ministro Menabrea opponeva i più sciatti complimenti, compiva il discredito del governo: le arringhe abilissime del Rattazzi dichiarante di avere per rispetto alla Convenzione, sebbene violata dalla Francia, cercato d'impedire la spedizione di Garibaldi e voluto poi intrepidamente prevenirla colle truppe regie occupando il territorio pontificio onde evitare l'intervento francese, rendevano col paragone più supine le dichiarazioni del nuovo ministero: Quintino Sella, ammirabile di calma risoluta fra tanta incertezza di passioni e di idee, proponeva indarno, e per quanto povero era ancora il solo rimedio, un ordine del giorno puro e semplice che riconfermasse Roma capitale d'Italia come risposta al jamais del ministro francese. Finalmente il Bonfadini ne presentava un altro mostruosamente contradditorio che, riaffermando indirettamente Roma capitale e deplorando che si fosse voluto ottenerla con mezzi contrari alle leggi dello stato e ai voti del parlamento, conchiudeva coll'approvare l'opera del ministero.

La camera respinse anche questo, il ministero cadde, e il re incaricò daccapo il Menabrea di formarne un altro. Così la Corona, intervenendo nelle lotte parlamentari per troncarne colla propria autorità un dibattito pericoloso, riconfermava il vassallaggio della nazione alla Francia.

Fu questa l'ultima e non meno triste scena del tristissimo dramma.