Mentana rimaneva l'ipogeo della politica regia, come Marsala era stata l'apogeo della politica rivoluzionaria. Il moto rivoluzionario troppo vantato dai giornali radicali non aveva dato che poche migliaia di volontari e un inconcludente soccorso pecuniario: Rattazzi assecondandolo senza aver preparato l'esercito alla possibilità di uno scontro colla Francia, aveva reso inevitabile il disastro: per la monarchia non vi sarebbe stata altra salute che nell'imitare la semplice e fulminea politica del conte di Bismarck, occupando Roma con tale prestezza da mettere l'impero francese nell'impaccio di rompere guerra all'Italia, e forse allora la Prussia avrebbe potuto rattenerlo con una sola minaccia di attacco sul Reno. Ma la monarchia non aveva sola la responsabilità della catastrofe. I volontari erano stati scarsi alla guerra, avevano disertato dal campo, si erano battuti malamente a Mentana malgrado l'eroismo degli ufficiali, si erano sbandati nella ritirata da Monterotondo strappando a Garibaldi parole roventi di biasimo. I mazziniani con insensata gelosia seguitavano ancora a vituperare Garibaldi di aver voluto combattere nuovamente con bandiera regia, quando egli stesso venendo meno questa volta al solito buon senso politico aveva alzato bandiera neutra, assunto il titolo equivoco di generale della republica romana e taciuto del re nei proclami da Monterotondo. Nell'esercito regolare, malgrado qualche applauso a Garibaldi prima del rompere delle ostilità, nessun vero entusiasmo: al comando di varcare i confini pontifici, quando già i francesi marciavano con forze triple contro i garibaldini, tutti avevano freddamente obbedito: non un battaglione si era sollevato per correre in soccorso ai volontari, non uno dei tanti ufficiali garibaldini, che vi coprivano alti gradi, aveva rotto la spada piuttosto che ubbidire all'ordine di assistere impassibile all'eccidio degli antichi commilitoni sotto le mura di Roma per mano dei francesi e a difesa del papa. L'esercito come la nazione aveva sentito l'onta divorandola in silenzio.
Il re, indarno paragonato da letterati cortigiani a Guglielmo d'Orange, si era eclissato nei lunghi preliminari dell'azione invece di mostrarvisi con cauta risolutezza, e aveva poi subìto, scongiurandole con inutile umiltà, tutte le prepotenze francesi; il parlamento aveva difeso Francia e papato contro la rivoluzione. Il popolo, incapace di sentire l'idealità di Roma e di volere un'altra guerra nazionale, era povero, e non domandava che ristori alla propria miseria: era libero, e non si curava ancora della propria libertà: era padrone, ed ubbidiva a chiunque lo comandasse, sfuggendo ai pericoli di tutte le combinazioni politiche colla propria inerzia, e aspettando con inconscia sicurezza il compimento dei propri destini da un'altra coincidenza europea.
Nullameno il suo odio era adesso per la Francia: Mentana cancellava Solferino.
Nel dramma di Mentana si erano addensate tutte le antinomie della rivoluzione per risolversi in una impotenza finale: il papato, per sottrarsi alla libertà italiana, aveva dovuto abbandonarsi incondizionatamente all'arbitrio francese; l'impero napoleonico, per resistere alla democrazia, aveva perduto l'Italia; Mazzini, per tentare l'estrema prova della propria astratta republica, aveva dovuto sconsigliare l'ultimo assalto al papato; la monarchia per sostenersi aveva dovuto schierarsi fra i difensori di questo; la destra parlamentare per salvare il governo si era mostrata come partito antinazionale: la sinistra, mantenendosi nell'orbita legale e separandosi così dalla rivoluzione, si era mutata in partito di governo.
Però la decadenza di questo periodo, che dall'iniziativa francese del 1859 doveva andare sino all'acquisto di Roma nel 1870 nella ruina dell'impero bonapartesco, s'arrestava a Mentana dinanzi al crescere di nuove forze dal seno stesso della nazione.
Ultimi conati mazziniani.
Garibaldinismo e mazzinianismo erano consunti. Appena intorno ai due grandi duci si stringeva ancora qualche manipolo di veterani.
Una nuova generazione stava per sorgere, che non avendo partecipato alle lotte del risorgimento, non si impigliava nelle sue contraddizioni e non comprendeva i suoi eroi. L'ultimo tentativo di Mentana aveva provato che solamente l'impero napoleonico difendeva il papato: nella Francia stessa i maggiori spiriti, da Michelet ad Hugo, applaudivano Garibaldi, mentre il congresso proposto da Napoleone per una nuova soluzione della questione romana falliva dinanzi all'influenza di tutti gli stati. Il sole dei Bonaparte declinava per sempre all'orizzonte europeo.
Roma tornerebbe indubbiamente all'Italia; questa convinzione era persino in coloro che non lo avrebbero voluto, e da Roma si inizierebbe per l'Italia il vero periodo dell'unità. Per ora, aspettando che un altro trionfo della rivoluzione in Europa rovesciasse l'impero francese, bisognava aiutare l'intima formazione nazionale con altre forze e con nuovi elementi. Alla grande poesia delle congiure e delle battaglie succedeva la passione prosaica degli interessi con iniziative inavvertite, che dovevano mutare lentamente le condizioni politiche e sociali del paese. Si cominciava ad accusare di enfasi ogni entusiasmo politico e di rettorica ogni eloquenza: i mutati modi di guerra rendevano inutile tutto l'eroismo di Garibaldi, le battaglie del quale, dopo la grande campagna di Moltke, non erano più che scaramucce: anche nella guerra la prosa della scienza succedeva alla poesia dell'ispirazione. L'apostolato di Mazzini non pareva più che una predicazione di catechismo: nella sua utopia di una terza epoca italiana in Europa spirava l'ultimo romanticismo filosofico di una scuola morta col Gioberti. Già la democrazia europea aveva sorpassato con più vaste formule socialistiche il grande tribuno, che, rivoluzionario in Italia, era costretto ad essere ora reazionario in Europa. Dalla Francia, dalla Germania, dalla Russia, grandi scrittori si levavano contro di lui, mentre le masse sorde alla sua voce rompevano già i confini loro assegnati dalla sua libertà deridendo la fede nel suo Dio.
Le tendenze positiviste del secolo respingevano l'idealismo da ogni campo. Economia privata e pubblica attiravano tutte le forze; alle battaglie dei libri e delle insurrezioni succedevano quelle dell'industria e del commercio; i lavori si specializzavano, i patrioti diventavano importuni; si brontolava contro le cariche loro concesse per meriti di sacrifici, si gridava alla necessità di svecchiare il mondo dacchè una stessa pedanteria inceppava rivoluzionari e moderati, e secondo gli uni dissentire da Mazzini, secondo gli altri discutere il re era un delitto.