Solo Garibaldi, uomo d'istinto e di passioni, restava giovane.

La decadenza mazziniana precipitava. Nullameno la logica del sistema premeva Mazzini. Egli sentiva con nuova angoscia la necessità e l'impossibilità di altri conati republicani: ma ritirarsi di fronte alla monarchia dopo Mentana sarebbe stato un discendere più basso di essa senza nemmeno le attenuanti della sua situazione politica, e a combatterla le condizioni del partito repubblicano e della nazione non davano forze. La Società dell'Alleanza Republicana, da lui fondata negli ultimi anni, non si diffondeva che alla superficie del paese, quando invece il governo cresceva ogni giorno d'importanza, malgrado tutti gli errori della sua politica estera ed interna. Al mazzinianismo non restava che prendere il malcontento provocato dalle tasse per una opposizione ideale alla politica monarchica, e soffiarvi sopra con equivoco patriottismo. Ma il ministero Menabrea vigilava fieramente sostituendo nelle maggiori città generali a prefetti, sciogliendo arbitrariamente società politiche, arrestando i più sospetti patrioti, moschettando le turbe insorgenti contro la tassa del macinato e della ricchezza mobile. Un'insurrezione era impossibile: oramai Mazzini non conosceva più l'Italia. Intorno a lui vivente da oltre trent'anni nell'esilio, si stringeva un sinedrio d'incondizionati devoti e di abili sfruttatori, che gli falsavano al giudizio la realtà delle cose; gli si carpivano tristamente lodi, biasimi, ordini e sopratutto i pochi denari senza che egli nemmeno lo sospettasse.

Dopo l'applicazione delle armi a tiro celere nessuna insurrezione poteva più prescindere da una specie di pronunciamento militare; si cercò quindi di sedurre l'esercito ma la propaganda rivoluzionaria, invece di cominciarvi in alto dai comandanti, fu iniziata nella bassa forza fra giovani caporali e sergenti senza capacità e senza credito. Era lavoro pericoloso, immorale ed inutile, che doveva naturalmente concludere a qualche insubordinazione di caserma punita colla fucilazione come avvenne poi nel caso del caporale Barsanti disgustando la grande maggioranza del paese, che dopo le umilianti sconfitte della guerra veneta seguiva con passione gli sforzi del governo per il riordinamento militare. Con più assurda idea si pensò ad un grosso comizio milanese per protestare contro le nuove restrizioni alla libertà di stampa e di riunione, e vi si invitarono rappresentanti di tutta l'Italia proclamando che alle provocazioni immancabili della polizia si sarebbe risposto colle armi. Naturalmente il governo proibì il comizio; quindi lo infamò per bocca del ministro Cantelli coll'assurda accusa che dovessero adunarvisi duecento accoltellatori. Nell'eccesso di questa reazione il ministero giunse persino ad esigere dalla Svizzera l'espulsione di Mazzini venuto a Lugano; e la republica, contraddicendo alle vecchie glorie della propria libertà, cedette all'ingiusta pressione.

Il partito mazziniano, galvanizzato da tali minute persecuzioni, parve allora rianimarsi. Invincibile nelle accuse alla monarchia di non sapere e di non volere compiere l'unità della patria colla conquista di Roma, esso ritorceva con logica superba contro il governo tutti gli espedienti della sua politica. Infatti il Menabrea nella prima calma succeduta al disastro di Mentana tornava daccapo a chiedere i buoni uffici della Francia per stabilire un modus vivendi fra il regno d'Italia e la Santa Sede, offrendosi di garantire al papa la più illimitata libertà e di assumersi una grossa parte del debito pontificio, solo che il nuovo presidio francese si ritirasse da Roma. L'impero respinse colla solita alterigia l'impossibile accordo e mantenne il corpo d'occupazione a Roma, come se la Convenzione di settembre non fosse avvenuta. Con non migliore proposito Vittorio Emanuele tentò di propria iniziativa una alleanza fra Italia, Francia ed Austria contro la Prussia ponendovi a condizioni fondamentali per l'Italia lo sgombero di Roma delle truppe francesi, la consacrazione del principio del non intervento per le cose italiane, e nel caso di una guerra una rettificazione delle frontiere del Varo e delle alpi tirolesi. Si sarebbero così ricuperate Nizza e Trento rinunciando per sempre a Trieste, e lasciando in sospeso la questione di Roma. Dopo molto tergiversare Austria e Francia ricusarono. Ma l'Italia dopo Custoza e Mentana alleata coll'Austria e colla Francia a danno della nazionalità germanica, che stava per rovesciare l'impero napoleonico, sarebbe stato l'assurdo più ripugnante nella storia del secolo.

Nel 1868 nuove congiure intendevano ad un moto rivoluzionario, ma senza più alcuna delle potenti energie di un tempo: non sincerità di fede, non passione di odio al governo, non chiarezza nello scopo, non vera preparazione di mezzi. Si congiurava quasi all'aria aperta sorridendone; si sarebbe detta una Fronda, se il problema ne fosse stato meno solenne e lo spirito dei congiurati più elegante. Mazzini non osava risolvere: proclamava la necessità di assalire la monarchia, e indietreggiava dinanzi alla guerra civile; credeva sempre nel valore del popolo, e diffidava delle proprie bande. Quindi i primi moti nel Comasco, a Piacenza e a Pavia (marzo 1869), cominciati contro la sua volontà, furono così inani che non destarono la menoma apprensione; a Bologna e nelle Romagne finirono in una innocua scampagnata; il ridicolo ne colpiva i reduci, che ne ridevano essi stessi. Poi Mazzini da Genova, ove aveva riparato all'insaputa del governo, meditò un'insurrezione nella Sicilia.

Era l'ultimo errore della sua politica rivoluzionaria. La Sicilia, calda ancora della propria rivolta brigantesca e staccata dal continente, non avrebbe potuto espandere il moto, pur riuscendo a dargli in se stessa vera forza espansiva. L'imitazione della grande iniziativa garibaldina diventava così evidente che pareva suggerita dalla rivalità; però nè egli era l'uomo, nè i tempi e il problema più i medesimi. Mentre la guerra fra la Prussia e la Francia stava per scoppiare, Mazzini senza accorgersene era vittima di un intrigo diplomatico di Bismarck, che per staccare l'Italia dalla Francia intendeva a fomentarvi disordini promettendo aiuti segreti di armi e di denari alla rivoluzione. Poco dopo l'astuto cancelliere prussiano, essendo invece riuscito ad assicurarsi la neutralità dell'Italia, troncava bruscamente ogni trattativa, e ne avvisava il gabinetto di Firenze.

Mazzini, arrestato nelle acque di Palermo prima d'aver toccato terra, venne chiuso nella fortezza di Gaeta; il capitano generale scelto da lui all'impresa, certo Wolf, era un agente segreto del governo.

Così finiva fra un tradimento diplomatico e un tradimento rivoluzionario l'opera politica del grande agitatore, che primo in Italia fra riformisti, federali, neoguelfi e carbonari vi aveva nettamente formulato il principio dell'unità politica. Nessuno aveva cooperato più validamente di lui al risorgimento d'Italia, e nessuno vi restava come lui straniero nella fatale decadenza del proprio sistema, fra l'ingrata indifferenza del popolo, nel momento che la monarchia stava per essere spinta su Roma da un'altra rivoluzione europea.

Capitolo Nono.
La crisi finanziaria