L'ambiente economico.
Mentre tutti i partiti si esaurivano nell'impossibilità di frangere l'orbita napoleonica, al di fuori di essa la vita ridesta dal grande trionfo dell'unità vigoreggiava. Nella stessa scettica indifferenza della nazione per le scene finali del proprio dramma politico era una superbia giovanile, che guardando più lontano, quando per l'imminente pienezza dei tempi l'Italia sarebbe in Roma sovrana assoluta di se medesima, si preparava a lottare su tutti i campi della civiltà colle nazioni più avanzate d'Europa.
Un potente moto era da tempo incominciato nella produzione nazionale. I nuovi mezzi di comunicazione, le due grandi mobilitazioni dell'esercito e della burocrazia, un maggiore contatto cogli altri popoli d'Europa, la diffusione delle idee, la libertà in ogni opera, e sopratutto una nuova coscienza avevano già mutata la fisonomia della vecchia Italia straniera a se stessa da regione a regione. Tutto era a rifare, e a tutto si poneva mano. Il governo spingeva prodigamente le opere pubbliche; comuni e provincie seguivano con maggior febbre e peggior metodo l'esempio: nelle provincie del nord più culte ed alacri tutte le industrie pigliavano nuovo slancio. Una larga e subita applicazione delle macchine a vapore raddoppiava i primi saggi di grande manifattura; il Moncenisio non era ancora aperto che già si preparava il foro del Gottardo; Genova, cresciuta così a porto di tutta l'Europa centrale, moltiplicava il proprio commercio; Torino si vendicava nobilmente della decadenza da capitale sviluppandosi come città manifatturiera; Milano diventava centro di tutti gli scambi; a Firenze la vita della capitale galvanizzava il fiacco costume antico; a Napoli le strade aperte nel vecchio reame attiravano nuovi e fecondi elementi. Al calore di questa giovane vita e sotto la sferza del bisogno cresceva l'attività: tutte le carriere aperte a tutti mutavano gli individui in cittadini, le attitudini si rivelavano nell'esercizio, le capacità erano prodotte dalle stesse cariche moltiplicate in quel fervore oltre ogni misura.
Dacchè la formazione dell'unità nazionale doveva fatalmente compiersi col mezzo della monarchia piemontese e di iniziative straniere, la nuova operosità italiana, invece di svolgersi appassionatamente nella politica per forzarne i dati, doveva esplicarsi per valori individuali nella sfera più bassa dell'economia, come a preparazione di più alto periodo storico. Fra il bisbiglio accademico dei partiti il grosso della gente non sentiva e non badava che al problema finanziario: chi aveva risparmiato il sangue doveva prodigare il denaro, e di denaro non solo aveva d'uopo incessantemente il governo per allestire i nuovi servizi publici, ma tutti gli altri campi dell'attività. La grandine delle tasse doveva quindi cadere su mèssi non ancora mature, e talvolta su terreni appena aperti dal primo aratro.
Nel problema delle finanze s'aggruppavano tutti gli altri, ma senza speranza di benefiche coincidenze europee e di aiuti avventurieri. Nel governo diventava suprema difficoltà l'imposizione e l'esazione delle imposte in tanto squilibrio della nazione fra provincie e provincie: per l'imposta prediale o antiquati o monchi o mancanti i catasti; incredibilmente dispari il saggio della produzione anche per la differenza nei mezzi di scambio; per le ricchezze mobili più difficile ancora saper dove e come colpire con giustizia approssimativa senza arrestare il circolo dell'operosità. Poi in molte regioni il nuovo governo tutt'altro che benviso, e quindi facile ad essere odiato al primo aumento di pesi: abitudini inveterate e privilegi da togliere a molti paesi come ultimi caratteri autonomici; nei politicanti e nei parlamentari dottrinarismo di teorie inapplicabili al momento e al luogo; più in basso rettorica a favore del popolo per sottrarlo ai sacrifici inevitabili della crisi; in nessuna classe spontaneità di offerta e conoscenza vera delle condizioni dello stato.
Finanziariamente il primo fatto della rivoluzione fu il sommarsi di tutti i debiti dei vecchi stati, e delle spese incontrate per rovesciarli, in una prima unità ottenuta non senza contrasto: poi venne quella delle tariffe e delle imposte. Guai e guaiti si moltiplicarono allora. La formazione italica essendo rimasta a mezzo, bisognava crescere armi a difesa della nazione e contemporaneamente spremerla per fecondarla con opere pubbliche. Ma il capitale indigeno si nascondeva ancora, il risparmio era male organizzato, il capitale straniero si presentava usuraio e diffidente. Impossibile quindi ogni tentativo di vera rivoluzione finanziaria. Nelle imposte anzichè alla scienza e alla giustizia bisognava badare all'incasso, poichè al loro assetto logico mancavano gli studi, e alla loro equità distributiva contrastava lo stesso egoismo della borghesia trionfante. Congegni e leggi amministrative s'incagliavano reciprocamente per difetti di struttura rendendo più difficile ogni esazione. Così ne venne una guerra fra governo e contribuenti piena di frodi e di violenza d'ambo i lati: il malcontento politico vi si mescolò per coprire di nobili pretesti le più tristi avarizie e le truffe più sfrontate.
La sinistra parlamentare, che come partito rivoluzionario avrebbe dovuto conservare maggior coraggio nei sacrifici, fu dall'opposizione sistematica trascinata nella più odiosa rettorica, approvando sempre le spese e negando sempre le tasse; la destra invece, che contrastando politicamente alle piazze ne aveva perduto il favore e non sperava riacquistarlo, trovò nel proprio orgoglio di comando l'energia necessaria a sostenere il governo; ma destra e sinistra, camera e senato, non ebbero mai vero programma finanziario.
Alcune tasse sorpassarono i massimi più assurdi: v'ebbero provincie nelle quali l'imposta prediale raggiunse sino al 76% sulla rendita, quella dei fabbricati toccò il 50%, i dazi di consumazione inasprirono la miseria dei più poveri; alle dogane i trattati di commercio stretti nelle prime ore, quando bisognava impetrare dai grandi stati il riconoscimento del nuovo regno, diedero la peggiore forma d'imposta, giacchè la merce straniera vi ottenne trattamento non reso alla nostra dagli altri paesi. I primi prestiti furono contratti a frutti esorbitanti, le prime emissioni di rendita subirono disastrosi ribassi; dai prestiti volontari si dovette venire ai forzati, si ricorse col macinato all'atroce espediente di colpire tutti i più miseri, mentre alla tassa della ricchezza mobile da principio quasi tutti i redditi sfuggivano meno quelli degli impiegati. La vendita dei beni ecclesiastici parve olio sul fuoco, il corso forzoso della moneta cartacea fu la maggiore risorsa di cassa, quando tutte furono esaurite dal crescendo delle spese, alle quali le ultime conquiste della nazione davano uno spaventevole aire.
Allora da questo abisso senza fondo si affacciò lo spettro del fallimento. L'Europa, che aveva giudicato simpaticamente la fortuna politica d'Italia nel suo risorgere a nazione, credette di essersi ingannata vedendola vacillare sotto il peso dell'improvvisazione economica.
Fortunatamente la nazione trovò in Quintino Sella l'eroe della propria finanza.