Il pericolo del fallimento.
Al primo sguardo Sella vi scoperse il fallimento. Una lotta eroica diventava quindi inevitabile colla nazione per salvarla dall'abisso, ove avarizia e ignoranza la spingevano.
Politicamente pochi problemi in questo secolo furono più difficili.
Il paese gavazzava allora nella prima illusione della libertà: era povero e si credeva ricco, era stato fortunato e non voleva cessare di esserlo; ignorava se medesimo, non capiva gran cosa nella propria rivoluzione e si ricusava risolutamente agli ultimi sacrifici necessari per compierla. Mazzini e Garibaldi avevano trovato più volontarii che denaro alle proprie imprese. Quindi domandare sempre e dappertutto denari all'Italia era allora il più aspro problema e il più generoso ardimento. Nè partiti, nè ministeri, preoccupati della politica estera ed interna, avevano un concetto chiaro della situazione finanziaria.
Nella sua prima esposizione finanziaria del 1862 Sella provò che il disavanzo previsto dal suo antecessore Bastogi in 317 milioni, era invece di 433; gli esercizi antecedenti al 1861 avevano lasciato un vuoto di 530 milioni riempito da un prestito mediante alienazione di rendita. In due soli anni il debito pubblico era aumentato di 924 milioni, precisamente il doppio della rendita annuale. A fronteggiarlo era impossibile contare su risparmi di spese militari o di opere pubbliche nelle attuali condizioni del paese o su prestiti che avrebbero subìto un ribasso del 40% deprimendo il corso della rendita; alle imposte, unico rimedio, il parlamento recalcitrava. Sella ebbe appena il tempo di preparane alcune abbastanza lievi che, travolto col ministero Rattazzi dalla catastrofe di Aspromonte, dovette rassegnare le dimissioni. Ma la situazione era così peggiorata che il disavanzo complessivo di cassa per gli anni 1862-63 saliva a circa 772 milioni; fra i mezzi straordinari, cui egli accennava allora per provvedere a tale somma, 150 milioni di una nuova emissione di buoni del tesoro, un prestito di 550 milioni su altre cartelle del debito pubblico, 150 milioni anticipati per locazione di ferrovie e 150 milioni di altre imposte, s'annunciava già l'idea del macinato. Provvedimenti però che egli stesso dichiarava insufficienti, e proponeva solo perchè maggiori sarebbero stati respinti dal parlamento.
Il Minghetti, che gli succedette alle finanze nel ministero Farini, era economista di grido nelle sfere governative, ma di tempra troppo fiacca e d'ingegno troppo leggero per sopportare tanta soma di rovina economica. Quindi come tutti gli agili girò intorno al problema invece di affrontarlo. Mentre il Sella giudicava severamente questione di vita o di morte il raggiungere tosto il pareggio fra le spese e le entrate ordinarie, egli credeva abile politica procrastinarlo sino al 1867, illudendosi su risparmi impossibili e non calcolando sulle nuove imposte che per due quinti. Così la finanza cedeva alla politica parlamentare invece di signoreggiarla: ma tutte le rosee previsioni del Minghetti sfumarono e del suo passaggio al ministero non rimase altra traccia che in un prestito di 700 milioni. Il Sella, fisso nella necessità d'imporre al paese i più duri sacrifici, si ripiegava allora dalla sinistra sulla destra, come su partito più disposto a sfidare l'impopolarità delle tasse, ma appoggiò patriotticamente alla Camera il ministero Minghetti sostenendone le proposte, frutto in gran parte delle precedenti amministrazioni, pel riordinamento del lotto, per le aspettative e disponibilità degli impiegati, per la ricchezza mobile e pel dazio consumo; le quali ultime sarebbero riuscite più logiche ed efficaci, se tutte le sue idee vi avessero trionfato.
Però nell'acuirsi della crisi finanziaria il Sella fu ricondotto al ministero delle finanze dal Lamarmora, incaricato di liquidare la triste eredità della Convenzione di settembre. La sua posizione già difficile di finanziere poco disposto a transigere sulle tasse, diventava pericolosa colla nuova responsabilità di un patto rinnegante il maggiore diritto della nazione. Ma non abbastanza rivoluzionario per sentirne tutta l'intima tragedia, pur dolendosene in segreto, egli credeva anzitutto impedire peggiori conseguenze coll'eseguirlo per allora fedelmente; quindi si volse a fronteggiare la tristissima situazione di cassa. Il disavanzo era tale che in quell'ottobre (1864) mancavano circa 200 milioni per pagare le imminenti scadenze del dicembre. Nella crisi monetaria allora travagliante l'Europa, era impossibile pensare a prestiti per le gravissime condizioni che i prestatori avrebbero imposto; il servizio del debito pubblico, appena di 90 milioni nel 1860, era già salito a 220. Sella non si scoraggì: propose di procurare al tesoro 70 milioni mediante una anticipazione del prezzo ricavato dalla vendita dei beni demaniali e una alienazione di altri buoni; quindi di esigere dal paese l'anticipazione dell'imposta fondiaria del 1865. Quest'ultimo provvedimento era così grave che il Ricasoli da lui interpellato non osò approvarlo. Nondimeno fu insufficiente. In quella febbre del fallimento Sella, spingendo sino alla minuzia il proprio sistema di risparmio, ritagliò la lista civile del re e lo stipendio dei ministri, affermando di volere 60 milioni di economie su tutti i bilanci oltre 40 milioni di aumento nelle imposte esistenti. Al principio del 1865 mancavano sempre 625 milioni pel servizio di cassa, e che bisognava ottenere vendendo per 200 milioni di beni demaniali e contraendo un prestito di altri 425 milioni. Il problema delle finanze italiane pareva riprodurre quello del mitico Sisifo.
Malgrado tale sinistra evidenza il Minghetti, e con lui la maggior parte degli economisti parlamentari, si stordivano ancora nella speranza che con alcune riforme, economie, piccole tasse nuove e ritocchi alle vecchie si potesse arrivare al pareggio. Non si osava affrontare la verità finanziaria e si giuocava di equivoca abilità per nasconderla al paese, onde colui, che si arrischiasse di esporla per cercarvi i rimedi, ne fosse come l'inventore ed il responsabile. Invece la situazione peggiorava: nel 1865 era già più difficile ridurre il disavanzo da 265 a 165 milioni che non nel 1863 raggiungere il pareggio. Nessuna delle grandi tasse vigenti aveva ancora abbastanza elasticità per forzarne di altri 100 milioni il reddito. Dopo aver diviso le spese in tangibili ed intangibili, quelle per 485 e queste per 443 milioni, si doveva convenire che anche sulle prime diventavano impossibili serie economie, giacchè esercito e marina avevano continuamente d'uopo di aumenti, e le opere pubbliche si dovevano proseguire per sviluppare la ricchezza nazionale. A conti fatti lo stato spendeva annualmente circa 300 milioni più delle proprie entrate.
In tali condizioni, mentre la borghesia gravata precipuamente dalla fondiaria, dalla ricchezza mobile e dal bollo e registro, inalberava ad ogni nuovo accenno di tasse, non restava più che colpire la massa del popolo con un'imposta sulla macinazione dei cereali, sebbene il governo avesse già dovuto abolirla in tutte le provincie annesse come per anticipazione di maggiore benessere materiale. Il Sella, abbastanza bene istrutto della miseria delle popolazioni agricole, sulle quali il nuovo balzello avrebbe più duramente pesato, esitò a proporlo, e non vi si risolse che attirato egli stesso dalla vertigine di una più profonda tragedia finanziaria. Nessun altro mezzo finanziario si presentava allora capace di produrre 100 milioni all'erario; la camera, bigottamente proclive ad accordi con Roma, riservava la vendita dei beni delle corporazioni religiose per una convenzione anche peggiore di quella di settembre, e che andò poi fortunatamente fallita: impossibile pensare ad un incameramento dei beni delle parrocchie. Solo una tassa del macinato, gravando indistintamente tutti i contribuenti, poteva supplire ai più urgenti bisogni dell'erario. Di giustizia distributiva nel sistema finanziario d'allora non era il caso di parlare; ma per una delle solite contraddizioni politiche quella stessa borghesia, che spingendo il bilancio dello stato a precipizio sulla china delle spese cercava con egoistica avvedutezza di sottrarsi alle imposte necessarie, si opponeva al macinato in nome del popolo, meno ancora per pietà della sua condizione che per un rimasuglio di classicismo economico non scevro di qualche timore. Infatti nessun balzello poteva in quel momento essere più doloroso al popolo delle campagne. Al primo parlarne fu quindi un tolle generale: l'opposizione scoppiò nel seno stesso del ministero. Il Lanza si dimise dagli interni: il Sella, travolto dall'improvvisa bufera, dovette anch'egli ritirarsi fra la disapprovazione della camera e le maledizioni del paese, che lo accusava d'insensata ferocia per aver voluto tentare una cura radicale del male fatto da tutti.
Gli succedette lo Scialoia.