Ma poichè la situazione rimaneva la stessa, questi dovette cacciarsi nel medesimo solco pur non osando sostenere il disegno del macinato e cercando indarno di sostituirlo con una imposta sulle bevande. Il pubblico percosso da tanti allarmi pensò allora con infantile rettorica di rimediare ogni male per mezzo di un consorzio nazionale costituito in Torino a raccogliere offerte e capitalizzarle sino a poter saldare tutto il debito nazionale. Così, mentre la nazione rifiutava di assoggettarsi alle imposte necessarie, si credeva da alcuni che avrebbe potuto offrire volontariamente più delle imposte. Intanto l'alleanza colla Prussia e l'imminenza della nuova guerra contro l'Austria rendevano più difficile la situazione finanziaria. Si dovette ottenere dal parlamento la facoltà di provvedere alle finanze con mezzi straordinari, e si giunse al corso forzoso autorizzando con decreto reale la banca nazionale ad emettere per 250 milioni di biglietti. Quindi la guerra distrasse l'attenzione del paese a maggiori pericoli.
Sella, cui si voleva dare il ministero della marina, lo ricusò per andare commissario nel Veneto, ove rese segnalati servigi. Finita la guerra, si trovarono enormemente cresciuti il debito pubblico e le spese. Lo Scialoia soccombette dopo aver proposto qualche scarso espediente e rinnovato le illusioni del Minghetti; il Depretis, passando dal ministero della marina a quello delle finanze, non vi fece molto miglior figura. Poi venne la volta del Ferrara, il maggiore economista d'Italia, che dopo aver difeso teoreticamente la tassa del macinato aiutandovi persino il Sella negli studi, non osò imporla alla Camera. Nel 1867 il disavanzo era ancora di 260 milioni e si prevedeva nel 1868 di altri 180: al dicembre dello stesso anno occorrevano 580 milioni. Non si ardiva nè ricorrere a prestiti, nè aumentare la circolazione cartacea: i 600 milioni, che si potevano ricavare dall'asse ecclesiastico, bastavano appena a liquidare il passato.
La caduta del ministero Rattazzi per la catastrofe di Mentana salvò il Ferrara dalle finanze, e vi trasse il Cambray-Digny. Nessuno aveva arrischiato di attuare quanto il Sella aveva proposto; ma le condizioni dello stato seguitavano a peggiorare. Il nuovo ministro, segnalando il disavanzo del 1869 in 240 milioni, dichiarò che negli anni seguenti sarebbe sempre aumentato sino a rendere impossibile ogni rimedio. Allora la tassa del macinato, ripresentata dal ministero con parecchie e non buone modificazioni, passò per opera specialmente di Sella. Questo tardo trionfo di finanziere segnò la sua condanna di uomo politico: tutti gli odii si scaricarono sopra di lui perchè tutti sapevano come alla sua tenacia si dovessero precipuamente i continui sacrifici di denaro imposti al paese. Ma nemmeno l'imposta del macinato bastava più a vincere il disavanzo: si dovette aumentare il corso forzoso, cedere per 180 milioni anticipati il monopolio dei tabacchi ad una regìa cointeressata, con patti così onerosi per lo stato e con sì loschi intendimenti che il Sella e il Lanza offesi nell'onestà vi si opposero accanitamente quantunque invano.
Intanto la lotta dei partiti alla camera rendeva sempre più difficile l'accettazione di un vero disegno finanziario. Il Sella per il liberalismo delle proprie idee avrebbe dovuto sedere a sinistra, ed era respinto a destra dall'opposizione rivoluzionaria di quella; la destra invece lo accusava di giacobinismo; la sua indipendenza dai partiti lo rendeva malviso a tutti; l'austerità di qualche rimprovero sfuggitogli aveva irritato contro di lui la corte, mentre nella stampa quotidiana e su dalle piazze saliva un ignobile coro d'improperi intorno al suo nome. Fra tanti nemici non un amico dei molti allora in favore del pubblico che lo difendesse. Nella fantasia popolare e nell'opinione stessa della camera egli solo rappresentava la necessità di sempre nuovi sacrifici, offendendo simultaneamente l'egoismo delle masse e la falsa abilità dei politicanti.
Quindi il Cambray-Digny potè troppo tardi applicare alcune idee del Sella, quando anche i più riottosi dovevano assoggettarvisi, senza esserne odiato e ottenendo presto il perdono dell'oblio; mentre a Sella tornato ministro alla vigilia della conquista di Roma crebbero gli odii plateali e le inimicizie parlamentari.
Il suo terzo ministero delle finanze fu il più glorioso. Senza tener conto della sua influenza decisiva sulla corte per impedirle una alleanza colla Francia e per spingerla alla conquista di Roma, in esso meritò l'eterna riconoscenza della patria col trascinare finalmente tutti i partiti a seguirlo nell'opera suprema della ricostituzione finanziaria. Gli insuccessi di tutti i ministri, succedutisi dopo di lui alle finanze e costretti direttamente o indirettamente a riconfermare i suoi disegni, aveva persuaso anche i suoi più intransigenti avversari che egli solo era abbastanza onesto d'ingegno e potente di volontà per salvare la nazione dal fallimento. Se le resistenze dottrinarie della sinistra e le subdole riserve della destra lo impacciavano ancora nell'opera, quella da lui prestata alla conquista di Roma e l'eroica prova di oramai dieci anni contro la crescente rovina della nazione toglievano ai nemici l'autorità necessaria per abbatterlo.
Così, assumendo il portafoglio delle finanze, prima ancora che l'immane conflitto fra Prussia e Francia fosse scoppiato, nell'esposizione del 10 marzo 1870 egli presentò il conto generale dell'amministrazione dal 1862 al 1867 e la situazione del tesoro 1868-69. In tale quadro duramente colorito, la vita pubblica e segreta della nazione si rivelava per la prima volta alla coscienza pubblica. Naturalmente il conto risentiva della confusione rivoluzionaria, nella quale la nazione si era costituita, ma spiegava abbastanza chiaramente la lotta sostenuta dalla nazione per accrescere le entrate ordinarie e diminuire le spese di amministrazione. Dal 1862 al 1870 le prime erano salite da 471 a 880 milioni, mentre le seconde, quelle tangibili, erano discese da 681 a 441 milioni. Il miglioramento avrebbe quindi dovuto essere di 649 milioni, e dacchè il disavanzo ordinario del 1864 era di 210 milioni, l'avanzo finale non poteva non raggiungere i 200 milioni. Invece il disavanzo era di 450 milioni, perchè negli ultimi otto anni per riparare alle deficienze dei bilanci si erano contratti per 4 miliardi di debiti e cresciute le spese intangibili da 239 a 670 milioni.
Si erano fatti sacrifizi enormi, ma non a tempo e con giusti criteri.
Malgrado tutti gli sforzi il disavanzo del 1871, detratti i rimborsi dei debiti redimibili, rimaneva sempre di 110 milioni: Sella ne chiedeva 25 alle economie, 10 di più al macinato, 2 alle volture catastali, 40 ai centesimi addizionali della ricchezza mobile sottratti ai comuni e alle provincie per attribuirli allo stato, altri 10 al dazio consumo e gli altri a minori provvedimenti. Pei 200 milioni mancanti alla cassa presentava una nuova convenzione colla banca nazionale, che portava a 500 milioni il debito dello stato verso di essa e la dispensava dall'obbligo della riserva metallica, pari all'ammontare dei mutui.
Per garanzia il governo le avrebbe concesso in deposito 588 milioni di obbligazioni dell'asse ecclesiastico.