Tutto pur d'evitare la violenza, era il pensiero di Visconti-Venosta e di Lanza d'accordo col re; tutto pur di andare a Roma, era il programma di Sella.
Il 20 agosto la camera votava con 214 voti contro 152 il seguente ordine: «La camera, approvando l'indirizzo politico del ministero, confida che esso si adoprerà a risolvere la questione romana secondo le aspirazioni nazionali»: formula equivoca nella quale s'indovinava l'intenzione del governo di non assumere alcuna iniziativa contro Roma. Laonde la sinistra si radunò in comitato per deliberare sul contegno da tenersi di fronte al governo: un pericoloso dualismo minacciava di scoppiare. Malgrado la propria inerzia il paese cominciava ad irritarsi di queste calcolate lentezze; gli esuli romani impazienti d'indugio si preparavano a qualche impresa arrischiata, il popolo si addensava in comizi per tutte le città acclamando Roma capitale. La lunga e dolorosa contraddizione della monarchia colla rivoluzione si rivelava improvvisamente alla coscienza pubblica; le memorie sanguinose d'Aspromonte e di Mentana accusavano il re che avrebbe voluto abbandonare Roma per soccorrere Napoleone III; l'arresto di Mazzini e il silenzio di Garibaldi, già in moto per soccorrere la imminente republica francese, commentavano sinistramente tale contegno. Quindi dall'assemblea della sinistra uscì una commissione composta dei deputati Rattazzi, Cairoli, Crispi, Bertani e Fabrizi coll'incarico di presentare «un progetto di risoluzione conforme alle intenzioni prevalenti nella sinistra e alle necessità della situazione». Il pericolo pel governo era grave, giacchè la sinistra era decisa ad un appello al paese. Sarebbe stata la guerra civile con Garibaldi, Mazzini e tutti i monarchici più liberali da un canto, e la corte co' suoi più reazionari adepti dall'altro. Ma poichè la republica stava per essere proclamata in Francia, e la Spagna era già republicana, la monarchia di Savoia insino allora più fortunata che meritevole, non avrebbe avuto troppe probabilità di vittoria.
Quindi Sella persuase la commissione di sinistra a sospendere ogni precipitosa risoluzione assicurandole che, ove non riuscisse a vincere la resistenza del ministero, se ne sarebbe dimesso per unirsi alla rivoluzione.
Roma si mantenne inerte.
Intanto al ministero degli esteri si preparava una circolare agli agenti diplomatici per rigettare sul contegno ostile sino allora tenuto dalla curia romana la responsabilità delle misure, che il governo fosse costretto a prendere. Nel mattino del 3 settembre giunse la notizia della resa di Sédan. Ogni ulteriore indugio diventava impossibile. Sella dichiarò nel consiglio dei ministri che, qualora non si occupasse immediatamente il territorio pontificio, si sarebbe dimesso seduta stante: il Visconti-Venosta ricalcitrava, Lanza si opponeva, il re si mostrava irremovibile. Il falso argomento adoperato dal Sella di un pericolo, che l'imminente republica francese facendo di Roma un centro d'insurrezione mirasse a rovesciare la monarchia per ottenere mediante la republica una alleanza offensiva coll'Italia, non bastava a persuaderli. Nullameno bisognava risolvere: o marciare tosto su Roma, o disporsi alla guerra civile contro la rivoluzione. Come sempre accade nei casi dubbi fra persone dubbie, si venne a reciproche concessioni stabilendo che le nostre truppe si sarebbero fermate alle mura della città, e non avrebbero cercato di entrarvi se non colla cooperazione dei romani. Il re inoltre avrebbe mandato al papa un legato straordinario con una lettera per avvertirlo delle intenzioni del governo, ed esortarlo ad accettare da questo la protezione necessaria al proprio ministero.
La lettera fu redatta da Celestino Bianchi e portata dal conte Ponza di San Martino. In essa Vittorio Emanuele confessava ingenuamente attraverso molte frasi equivoche di essere rimorchiato dalla rivoluzione, e rigettava sovra di essa la responsabilità di una impresa disapprovata dalla sua coscienza di re e di cattolico. Tale umile ed umiliante confessione dinanzi al papato nel momento stesso di sostituirlo nella sovranità di Roma tradiva il segreto della monarchia. I riguardi dovuti al pontefice cattolico per l'esercizio della sua altissima funzione non avrebbero dovuto impedire a Vittorio Emanuele di affermare con solennità regale il diritto dell'Italia su Roma. Mai si era presentato momento più propizio e glorioso per la sua casa dopo le umiliazioni di Villafranca, delle annessioni centrali, d'Aspromonte, della Convenzione di settembre, della cessione del Veneto, e di Mentana. Vittorio Emanuele cavalcante sotto le mura di Roma e spronante il cavallo su per la prima breccia aperta dalle artiglierie, col coraggio mostrato alla battaglia di Palestro quando si slanciò cogli zuavi francesi nella Sesietta, sarebbe stata la più epica figura del secolo, degna di appaiarsi con Garibaldi; invece la sua lettera di scusa al pontefice e dal pontefice sdegnosamente respinta, le sue tergiversazioni diplomatiche, la sua inutile opposizione a Quintino Sella, scopersero in lui il piccolo re di Piemonte, cui la rivoluzione aveva potuto dare l'Italia, ma non la grande coscienza della sua nuova èra.
La seconda circolare mandata agli agenti diplomatici all'estero colla data del 7 settembre spiegava come l'occupazione del territorio pontificio fosse piuttosto una necessità di ordine pubblico per garantire l'inviolabilità del pontefice e il suo libero ministero che una rivendicazione del diritto nazionale. Le garanzie, cui allora si accennava, si riassumevano in un privilegio di extra-territorialità, conservando al papa la condizione di sovrano, ai cardinali il grado di principi, ed offrendo persino una lista civile garantita da un trattato.
Tale extra-territorialità doveva consistere nel possesso della città Leonina: così il potere temporale sarebbe stato diminuito sino oltre il ridicolo, ma rispettato nell'idea. Il nuovo minimo regno avrebbe quindi fatto il paio colla republica di San Marino.
E in questa idea nè giusta nè pratica, giacchè avrebbe mantenuto in Roma il dualismo di due re, era dovuto convenire anche il Sella per decidere il ministero ad invadere lo stato pontificio. La sua politica di quei giorni era tutta in un solo argomento: spaventare il governo colla minaccia di una rivoluzione. Infatti per opera segreta sua i comizi crescevano di numero e di violenza, la stampa unanime spingeva il governo ad una pronta iniziativa, il vecchio filosofo Mamiani andava di ministero in ministero pregando e rimproverando. Marco Minghetti scriveva da Vienna: andate a Roma. Il generale Lamarmora formulava il problema monarchico così: poichè abbiamo l'abisso dinanzi e di dietro, dunque avanti! Il nuovo governo republicano francese, interrogato dal Nigra, rispondeva che ci vedrebbe fare con simpatia. Solo il conte d'Arnim, ambasciatore prussiano presso la Santa Sede, parlava vagamente di difficoltà; ma si sapeva troppo bene che questa era una sua iattanza personale.