Naturalmente l'Austria ricusò.
Non meglio approdò la missione segreta affidata da Vittorio Emanuele al Vimercati. Il disegno era di una triplice alleanza: ai 15 di settembre Italia e Austria avrebbero dovuto imporre alla Prussia con un Ultimatum di rispettare lo statu quo, definito dal trattato di Praga: poi, non appena le truppe francesi fossero penetrate nella Confederazione del sud, l'esercito italiano attraverso il Tirolo sarebbe andato a raggiungerle nei pressi di Monaco appoggiandosi sulle truppe austriache; a Napoleone non si chiedeva che d'impegnarsi in un articolo segreto a fare accettare dal papa un modus vivendi coll'Italia.
Napoleone a guerra già cominciata non cedette; poco dopo il cannone di Wörth rompeva tutti questi inani accordi, e la logica fatale della storia trionfava di tutte le trattative diplomatiche.
Il partito della guerra, pel quale il Cialdini spalleggiato dalla corte aveva osato persino di minacciare il ministero in senato con un discorso che parve un pronunciamento, e cui il Sella rispose con terribile severità, era vinto: vi fu ancora una lettera di Napoleone al re, scritta nell'amarezza delle prime sconfitte; se ne discusse nel consiglio dei ministri, s'interrogò il generale Lamarmora perchè indicasse un modo qualunque di soccorrere l'imperatore; ma quegli confessò piangendo di non vederne alcuno.
Quintino Sella aveva salvato l'Italia contro la corte dal partecipare alla guerra franco-prussiana; poco dopo doveva salvare la corte contro l'Italia persuadendo al re la necessità di conquistare Roma.
Il ritorno puro e semplice alla Convenzione di settembre aveva giustamente esasperato la pubblica opinione scoprendole sotto quelle eccessive simpatie verso il pericolante impero di Francia il proposito di cansare a ogni modo il problema di Roma.
La partenza dei francesi da questa cominciò il 29 luglio; il 19 agosto la città n'era sgombra. Naturalmente clero vaticano e francese ne levarono alte grida, quantunque persuasi che il governo italiano non oserebbe mai scendere a violenze. Ma il fermento cresceva nella nazione: il partito mazziniano agitava vivamente le piazze; da un momento all'altro si aspettava che nuove bande di volontari varcassero il confine pontificio; il governo incerto del risolvere sembrava incantato nella rovina dell'impero francese; mentre il Sella giovandosi del suo turbamento lo spingeva a nuovi armamenti col pretesto di poter così fronteggiare la rivoluzione.
Il 31 luglio i ministri della guerra e della marina chiedevano un prestito di 16 milioni: si cominciavano accolte di cavalli, di viveri e di attrezzi militari. Il 2 agosto le prime truppe italiane si dirigevano verso la frontiera pontificia; il 10 il consiglio dei ministri decideva la chiamata di altre due classi sotto le armi e la convocazione della camera, allora in licenza, per farle votare un prestito di 40 milioni; il 14 le truppe mobilizzate e già concentrate in alcuni punti del confine erano poste sotto gli ordini del generale Cadorna.
Il 16 agosto la camera concedeva al governo i mezzi necessari per mettersi in misura «di proteggere in qualsiasi evento la sicurezza dello stato, l'indipendenza della nostra politica e gli interessi d'Italia». L'opposizione parlamentare fu aspra: si sapeva che gli uomini più influenti della così detta consorteria ricusavano assolutamente di occupare Roma: il Visconti-Venosta, sempre ligio alla Convenzione di settembre, affettava di fare per l'Italia un punto d'onore di non venir meno alle proprie promesse; il Lanza dichiarava anche dieci giorni dopo che il governo non poteva accettare dalla camera nessun ordine del giorno che lo invitasse ad occupare colle armi gli stati della chiesa, perchè se v'era nel parlamento chi voleva andare a Roma colla forza, v'era però anche una grande maggioranza che credeva non si dovessero adoperare se non mezzi morali.
Quindi non era lecito sperare che in una rivolta dei romani riconosciuta da tutti impossibile.