Malgrado la catastrofe di Mentana e le ripetute infrazioni della Convenzione di settembre, la politica governativa italiana non accennava a mutare d'indirizzo; in essa la diffidenza verso la rivoluzione era più viva che non il dispetto per le incessanti vessazioni imperiali; Mazzini restava sempre un ribelle specialmente dopo i conati delle ultime bande, e Garibaldi un avventuriero pericoloso, al quale si erano dovute sottrarre tutte le conquiste per ragioni di ordine pubblico, e del quale le imprudenze avevano più di una volta compromesso la monarchia. Dopo tanti ordini del giorno su Roma capitale d'Italia non si voleva arrischiare mossa alcuna per giungervi. Si diceva che il sentimento cattolico di tutto il mondo la difendeva, mentre invece l'Inghilterra era protestante, protestante la Prussia, eterodossa la Russia, la Spagna si era già ribellata in republica, e la Francia stava per imitarla. L'Austria sola aveva un governo cattolico, ma dopo le ultime sconfitte non era più nè capace nè vogliosa di ritentare una guerra di santa alleanza.

Nullameno ministero e maggioranza parlamentare avrebbero voluto allearsi coll'impero caduto per cansare la responsabilità di sopprimere il papato temporale.

Vittorio Emanuele, così freddamente ingrato con Garibaldi, affettava la più cavalleresca riconoscenza per Napoleone III. Orgoglio ed egoismo di piccolo re gli persuadevano questa differenza verso i due alleati, che gli avevano composto il regno. Malgrado l'abbandono di Villafranca, l'oltraggiosa cessione della Venezia, Aspromonte e Mentana, egli avrebbe voluto marciare con tutto l'esercito in aiuto dell'impero, lasciando Roma in mano del papa ed ingannando la nazione colla speranza che l'imperatore concederebbe poi un giorno spontaneamente all'Italia la propria capitale.

Infatti alla proclamazione di guerra nella Camera francese, Vittorio Emanuele telegrafò subito al presidente del consiglio da Valsavaranche, ove cacciava, avvisandolo del proprio ritorno alla capitale per deliberare sul da farsi: «si ricordasse però che egli (il re) aveva degli impegni». A corte e negli alti circoli governativi si era così fermamente convinti del trionfo dei francesi da non ammettere nemmeno l'ipotesi contraria: quindi da un'alleanza colla Francia vincitrice si sperava qualche rettificazione delle frontiere verso Nizza o verso il Tirolo. Quanto a Roma si evitava di pensarci, ripetendo la formula cavouriana della conquista per mezzi morali. Solo il Sella, convinto di un'altra vittoria prussiana, sosteneva pertinacemente l'idea della neutralità, nascondendo le proprie idee sullo scioglimento della questione romana, del quale sentiva giunta l'ora. Il ministro degli esteri Visconti-Venosta si destreggiava intorno all'idea della neutralità senza osare di risolvere; il Lanza presidente del consiglio vi si mostrava da principio favorevole per abitudine di circospezione.

In tutti prevaleva una deferenza spassionata per Napoleone III, come al primo fattore e al miglior patrono d'Italia. Vittorio Emanuele sempre più accalorato in questo sentimento discese alle più grossolane ingiurie contro il Sella.

— Si vede bene che ella viene da mercanti di panni, gli urlò una volta sul viso, dopo avergli detto sprezzantemente che per fare la guerra ci voleva del coraggio.

— Sì, maestà, rispose con altera ironia il ministro; ma da mercanti di panno che hanno sempre fatto onore alla propria firma, mentre questa volta vostra maestà firmerebbe una cambiale che non sarebbe sicura di poter pagare.

E ogni giorno la lotta fra Sella e Vittorio Emanuele si faceva più aspra.

Napoleone stringeva il re d'istanze per deciderlo alla guerra; l'Austria egualmente sollecitata si diceva pronta ad una alleanza, qualora l'Italia v'entrasse prima, e consigliava di modificare la Convenzione di settembre in favore di questa. Ma Napoleone non osava romperla col partito clericale; tutt'al più avrebbe condisceso ad eseguire puntualmente la Convenzione ritirando una seconda volta le truppe da Roma. Allora il Sella, che aveva già dovuto consentire alla chiamata di due classi sotto le armi, fu pronto a giovarsi di questa pervicacia imperiale per spingere il ministero sull'esempio dell'Inghilterra e dell'Austria a pubbliche dichiarazioni di neutralità, mentre il conte di Bismarck in accordi segreti col partito mazziniano intendeva a provocare ribellioni in Italia per impedirle di allearsi colla Francia. Ma poco dopo, persuaso dell'influenza di Sella sul ministero, il gran cancelliere troncava le trattative con Mazzini denunciandolo. Intanto le dichiarazioni (25 luglio) del Visconti-Venosta alla camera, che il pessimo dei partiti per l'Italia sarebbe quello di approfittare dei momentanei imbarazzi della Francia per sciogliere colle armi la questione romana, scoprivano tutta la debolezza della politica governativa: la destra altrettanto favorevole alla Francia quanto ritrosa a marciare su Roma avrebbe voluto rovesciare il ministero, e non l'osò; la sinistra invece lo sostenne per timore di un ministero militare di corte col Cialdini. Il re, bloccato abilmente da Sella, seguitava a trattare coll'ambasciatore francese Malaret, assicurando l'imperatore che presto avrebbe vinto la resistenza del ministero. Questo, per secondare il ritiro del presidio francese da Roma, riaderì alla Convenzione di settembre «confidando in una giusta reciprocità della Francia a conformarsi ai propri impegni»: si credette allora in Europa a segreti accordi fra i due governi. Infatti il partito della guerra a corte aumentava d'importanza: il 30 luglio, sotto l'impressione della scaramuccia di Saarbrück vinta dai francesi, fu proposta nel consiglio dei ministri la mediazione armata, che Sella potè impedire solamente colla minaccia delle proprie dimissioni.

Quindi nell'impossibilità di stringere colla Francia e coll'Austria una triplice alleanza, si ricorse all'idea di un accordo con quest'ultima da trasformarsi in alleanza offensiva, se le circostanze lo avessero richiesto, V'ebbero trattative segrete di corte: il re mandò a Vienna, poi a Metz, il conte Vimercati, suo aiutante di campo; il ministro austriaco De Beust spedì a Firenze il conte De Vitzthum con un disegno di otto articoli, pel quale l'Italia, impegnandosi ad una mediazione magari armata nella guerra franco-prussiana, sarebbe rimasta a rimorchio dell'Austria con alcune vaghe promesse di buoni uffici nella questione romana. Ma Sella rese abilmente tale disegno impossibile coll'aggiunta di un articolo pel quale l'Austria assumeva l'impegno del «non intervento nel territorio romano e di favorire l'applicazione dei provvedimenti più atti a soddisfare i voti dei romani e gl'interessi d'Italia» e con alcune clausole segrete nel caso di guerra guerreggiata in comune per una rettificazione di frontiere nel Tirolo e sull'Isonzo.