Ingresso di Vittorio Emanuele a Roma.

In mezzo all'effervescenza destata nella nazione dalla conquista di Roma il contegno della monarchia appariva anche più dimesso; non si capiva come Vittorio Emanuele, affrettatosi nel 1859 ad entrare trionfante in Milano, e nel 1860 a cacciare Garibaldi da Napoli, non osasse ora, vincitore per sola virtù del proprio governo, fare il proprio ingresso solenne nella città eterna. Gli immaginari pericoli inventati dalla stampa ministeriale per giustificare l'inazione del re a Firenze svanivano al primo esame. Anzitutto nel primo sbigottimento della caduta la curia vaticana si mostrava così arrendevole, che dopo aver sollecitato essa medesima l'occupazione della città Leonina, si prestava di buon garbo a risolvere le mille questioni pullulanti dal mutamento sopravvenuto nella città. Il cardinale Antonelli, già così sdegnoso coi ministri italiani in ogni tentativo d'accordo, riceveva adesso più volte al giorno il barone Blanc: meglio ancora il Giacomelli, mandato in Roma ad organizzarvi il sistema finanziario, era riuscito, mediante la cortese cessione di cinque milioni dell'obolo di San Pietro trovati nella tesoreria pontificia, a fargli accettare una prima rata dei cinquanta mila scudi mensili inscritti nel bilancio dello stato pontificio sotto il titolo: «Mantenimento del papa, del Sacro Collegio, dei Palazzi Apostolici, delle guardie, ecc., ecc.». Era quindi naturale che, vanito quel primo spavento, alla nuova pace fattasi in Europa la curia alzasse la voce a protestare: si poteva temere che la Prussia, costretta da necessità interne a qualche concessione verso il partito clericale, fosse per appoggiare quei reclami; era quasi sicuro che la Francia, sdegnata dei nostri rifiuti a soccorrerla durante la guerra, ci tenesse il broncio e minacciasse, se la reazione che doveva succedere all'impero giungesse al potere; era certo che l'Austria, estrema potenza cattolica, per la sua rivalità contro la Prussia protestante moltiplicherebbe difficoltà e rimostranze.

Il Sella, prevedendo con molto senno pratico tutto questo, sino dalla prima ora voleva che il trasporto della capitale avesse luogo «subito, anche prima di subito», giacchè il potere temporale non poteva considerarsi abolito finché Roma non fosse davvero capitale d'Italia; e quantunque il re e il ministero unanimi vi si ricusassero, non cessò dall'insistere. A questo lo spronava lo stesso ambasciatore inglese sir Paget. Non bastò l'osservare, che ritardando l'ingresso del re a Roma si dava tempo alla curia vaticana di rimettersi sulla difensiva, che si sarebbe poi dovuto invitarvi tutto il corpo diplomatico senza essere sicuri che l'invito fosse tenuto, che finalmente non lo si potrebbe più fare se non dopo avere con legge apposita assicurato al papa guarentigie sovrane. E allora Roma, invece di essere una conquista d'Italia, ne diverrebbe un acquisto mediante un mercato diplomatico.

Tutto fu inutile. Il Lamarmora, governatore a Roma, si unì al partito della corte: Sella, che aveva ancora una volta forzato il ministero colla minaccia delle proprie dimissioni a deliberare che il re si recherebbe a Roma il 30 novembre, dovette recedere davanti alle dimissioni del Lanza, il quale giovandosi di una sua assenza aveva condotto il ministero a disdirsi.

Ma come tutto cospirasse ad aiutare la monarchia, che si aiutava così poco, in sul finire dell'anno una piena del Tevere, sommergendo mezza la città, offerse al re un pretesto caritatevole per entrarvi. La piena cresceva e pioveva a dirotto, quando un tardo manifesto, al quale pochi avevano badato, vi annunziò la venuta del re d'Italia. Mai più grande avvenimento ottenne minore attenzione. Il re giunse nel pomeriggio; pochissima gente era ad attenderlo sul piazzale della stazione, ed era piuttosto plebe che popolo, giacchè le miserie e i pericoli dell'inondazione preoccupavano tutti. Quando il re scese di carrozza nell'atrio del Quirinale, volgendosi al Lamarmora con atto di viaggiatore seccato del viaggio mormorò in piemontese: finalment i suma[1].

Questa esclamazione fu poi corretta con avveduto spirito cortigiano nel famoso motto: Finalmente ci siamo, e ci resteremo.

Garibaldi in Francia.

Mentre Vittorio Emanuele procrastinava così il proprio ingresso a Roma e il papato atterrito dai pericoli immaginari di un rivoluzione cittadina ricusava l'offerta della città Leonina per meglio essere protetto dal governo italiano, il mazzinianismo vaniva come partito d'opposizione. Il suo programma republicano, smentito dai continui successi della monarchia, perdeva colla risoluzione del problema romano ogni forza di attualità. Quindi il ministero si affrettò ad amnistiare Mazzini, che dal carcere di Gaeta traversò inconsolabile tutta l'Italia per riprendere più solo di prima la via dell'esilio. Il grande rivoluzionario era vinto per l'ultima volta: come Napoleone I dopo Waterloo, egli doveva abbandonare la terra delle proprie glorie, troppo piccola ancora per poterlo contenere vivo fra i piccoli vincitori di Roma.

Ma poichè la rivoluzione italiana, malgrado la contraddizione deprimente del proprio processo monarchico, doveva anche questa volta avere nella storia un significato universale, Giuseppe Garibaldi da Caprera, ove s'era ridotto infermo dopo Mentana, al primo grido di republica scoppiato a Parigi scriveva alla Francia offrendole con sublime ingenuità «ciò che ancora restava» di lui. L'impero francese era caduto, l'impero germanico stava per essere proclamato nella grande sala del Trianon dedicata a tutte le glorie della Francia: nell'irresistibile tempesta delle vittorie prussiane pareva perduta ogni idea democratica, dacchè alla guerra contro il cesarismo napoleonico ne succedeva un'altra contro la Francia republicana. L'Italia che avrebbe dovuto soccorrerla, e non lo poteva per la propria antinomia monarchica, entrava trepida a Roma quasi sentendosi minore del papato; la Spagna republicana stava riparata dietro l'alta muraglia dei Pirenei; Russia ed Austria quantunque gelose del vincitore assistevano con gioia segreta alla rovina di quella Francia che circa un secolo prima aveva scardinato e per sempre le loro divine monarchie; la liberale Inghilterra calcolava già i vantaggi che la diminuzione dell'antica rivale potrebbe arrecare al proprio commercio.

Nè la Francia iniziatrice in Europa della moderna democrazia era senza colpe. Il suo primo impero aveva violentato l'indipendenza di tutti i popoli, la sua seconda republica aveva proditoriamente rovesciato la prima republica romana, il suo secondo impero aveva imposto all'Italia il sacrificio d'Aspromonte e l'ecatombe di Mentana per negarle Roma e con Roma l'unità. Mentre il papato rovinava come una tarlata impalcatura sotto il palco improvvisato della monarchia italiana, Garibaldi, il ferito d'Aspromonte, il vinto di Mentana, offriva alla Francia in nome dell'Italia la propria spada di cavaliere dell'umanità. Il suo appello ai volontari di tutto il mondo affermava nel silenzio di tutte le monarchie la solidarietà delle nazioni nell'idea republicana. Francia e Italia erano sempre unite, malgrado le colpe dei propri governi. Mentana non aveva cancellato Solferino, giacchè là contro l'Italia aveva vinto l'impero napoleonico, qua per l'Italia aveva vinto la Francia.