Quindi Garibaldi, lasciando alla monarchia italiana raccogliere per le vie di Roma i cenci del papato, accorreva in aiuto della republica francese. Se la sua spada di condottiero non poteva pesare molto sulle bilancie della guerra, la sua presenza nel campo francese era di un immenso valore ideale.
Non tutti però anche fra i migliori intelletti lo compresero. Poiché la guerra era per la Francia irremissibilmente perduta, pareva alla prudenza sottile dei pratici che l'offerta di Garibaldi, vecchio ed oramai impotente capitano di poche migliaia di volontari, non fosse che una senile bravata: il suo proclama al popolo tedesco contro la guerra fu giudicato un vaniloquio; persino Mazzini si dolse di questa andata in Francia, mentre la monarchia italiana occupava così umilmente Roma. L'inflessibile e mistico republicano non poteva perdonare alla Francia republicana del 1848 il tradimento usato alla republica romana; e siccome la nuova republica francese, nell'immensa anarchia di quel momento, non si atteggiava secondo il suo ideale democratico, egli giudicava non solo inutile ma nocivo ogni sacrificio fatto per essa. Il popolo non se ne sarebbe giovato. Ma l'istinto di Garibaldi, anche questa volta più sicuro del genio di Mazzini, non si curava nemmeno delle intenzioni o degli atti dei nuovi governanti republicani: egli sentiva solamente che l'Italia doveva pagare Solferino e vendicare Mentana con una vittoria in Francia contro i prussiani. La republica anche meglio delle monarchie è superiore ai propri governi.
Ma quella improvvisata dal Gambetta a Tours non usò verso Garibaldi molto meglio dei governi italiani del 1848-59. Si tardò più d'un mese a rispondergli; si sarebbe voluto ricusarlo e non si osò; malgrado l'ovazione entusiastica fattagli dal popolo di Marsiglia si tentò di stancarlo moltiplicando contraddizioni ed indecisioni. Pareva che la sua generosità umiliasse l'orgoglio nazionale francese.
Nullameno il favore popolare costrinse i governanti a permettergli di comporre un esercito, che ebbe nome dai Vosgi, e sul principio non superava gli ottomila uomini. Il suo nucleo più compatto, formato da volontarii italiani che avevano seguìto per l'ultima volta il loro vecchio capitano, n'era come il battaglione sacro, nel quale si confondevano veterani sfregiati da cento battaglie e adolescenti come Giorgio Imbriani votati alla morte del campo, venturieri di buona lega, miscredenti iconoclasti che dal lungo odio al papato avendo sorbito un disprezzo aggressivo per tutte le religioni, dovevano attirarsi l'odio delle campagne francesi ligie alla chiesa romana. Intorno a questo nucleo s'aggruppavano battaglioni di franchi tiratori, reggimenti di marcia disordinati come sciami e composti cogli avanzi degli immensi eserciti distrutti, truppe di nuove leve poco vogliose di combattere, marinai, doganieri, studenti, villani e plebei. Lo stato maggiore era anche più eterogeneo: comandanti italiani e francesi di provenienze diverse vi si astiavano; i nuovi ufficiali republicani nominati da Gambetta accusavano di ogni disastro gli ufficiali dell'impero capitati nel nuovo esercito dei Vosgi; gli uni e gli altri soffrivano della generosità degli italiani venuti a vendicare Mentana sui prussiani. Reggeva lo stato maggiore il generale Bordone, forte d'ingegno quanto debole di moralità. Ma l'organizzazione dell'esercito non potè riuscire che fiacca: Gambetta pretendeva dirigere egli medesimo la guerra, dislocando colonne a colpi di telegrafo e limitando con ogni mezzo l'azione di Garibaldi. Infatti, malgrado l'opinione del prefetto Ordinaire e della popolazione di Besançon, la quale avendo accolto Garibaldi con entusiasmo intendeva affidargli il comando di tutti i corpi del dipartimento, egli li volle sottoposti al generale Cambriels invocante indarno di essere messo a riposo per curarsi di una pericolosa ferita al capo.
L'esercito garibaldino cresciuto di parecchie migliaia, secondo il solito malissimo armato, non poteva fare che una campagna difensiva. Le forze, la scienza e l'incomparabile organamento rendevano i prussiani più esperti sul terreno invaso che non gli stessi difensori, ed assicuravano loro anticipatamente il trionfo finale. Nullameno Garibaldi, infondendo parte della propria grande anima in quelle informi cerne raccogliticce, riuscì a riprendere l'offensiva con una celerità di mosse che meravigliò gli stessi nemici.
Da Autun, suo quartiere generale, il 28 dicembre mosse alla difesa di Dijon, battè le avanguardie tedesche a Prenois e a Darois; senonchè Dijon arrendendosi ai prussiani lo costrinse ad indietreggiare dopo un inutile assalto notturno sino ad Autun e a difendervisi strenuamente da ogni attacco nemico. Ma troppo scarso di forze per poter arrischiare un vero disegno di campagna, dovette quindi regolarsi piuttosto su quello del grande esercito di Bourbaki, estrema speranza della Francia: così non appena il generale prussiano Werder si ripiega abilmente sulle proprie linee di Gray-Vesoul, Garibaldi con marcia rapida e ardita rioccupa Dijon, ne guarnisce la fronte di colonne staccate, ne compie le fortificazioni attendendo di congiungersi all'esercito di Bourbaki e con esso minacciare il fianco dei prussiani. Intanto la guerra precipita alla fine; i generali francesi Faidherbe e Chanzy sono già stati schiacciati in Piccardia e nell'Orleanese, Parigi affamata sta per discutere la propria resa, il generale prussiano Manteuffel con un movimento parallelo a quello di Bourbaki e molto meglio eseguito malgrado il verno rigidissimo raddoppia le linee di Werder per accerchiare Bourbaki e Garibaldi. Ma se quegli finisce miseramente gettandosi sulla Svizzera, questi assalito lotta invece tre giorni respingendo ogni assalto, assalendo alla propria volta, togliendo al 61º reggimento prussiano la bandiera, finchè sorpreso dall'armistizio, nel quale per proditoria dimenticanza del Favre e per felina sottigliezza del Bismarck non è tampoco nominato, sfugge a 150,000 nemici con una delle più ammirabili ritirate che vanti la storia della guerra.
Allora l'ingratitudine della Francia ufficiale lo persegue; lo si accusa d'incapacità e di ladreria; si negano le sue battaglie; generali e fuggiaschi come Dudrot si levano contro di lui publici insultatori; il suo esercito, sospetto di essere troppo republicano, è disciolto come una banda di briganti; i giornali moderati d'Italia tengono bordone al turpe vilipendio, mentre il popolo francese con uno slancio irresistibile del cuore lo manda, benchè straniero, deputato all'assemblea di Bordeaux, e i prussiani s'inchinano con guerresca nobiltà al suo valore. All'assemblea di Bordeaux, ove la reazione monarchica rumoreggia già prepotentemente, le calunnie e gli sfregi diventano così ignobili che Victor Hugo, alzatosi a protestare in nome della Francia coll'autorità del proprio genio, è costretto a dimettersi da deputato.
Ma Garibaldi, che dall'Italia aveva già sopportato quanto di più crudele potesse inventare l'ingratitudine patria, non ebbe una parola di lamento: ricusò la deputazione offertagli dal popolo francese; poco dopo acclamato generalissimo dalla Comune scoppiata a Parigi, pur riconoscendo l'intima giustizia di quella improvvida rivoluzione, vi si rifiuta come generale e come soldato, per chiudersi fra gli scogli di Caprera più povero dei propri commilitoni, e più incompreso di prima alla volgare coscienza dei governi.
Se Vittorio Emanuele si era sentito troppo piccolo per guidare contro Roma il proprio esercito, Garibaldi era stato abbastanza grande per comprendere che alla caduta del papato bisognava contrapporre l'affermazione di una più vasta idea; e in nome della storia latina, universale da tremila anni, era corso in Francia a frenare l'ultima invasione germanica, opponendo agli eccessi di un popolo, fatto esercito ed impero per diventare nazione, la democrazia republicana di tutte le nazioni d'Europa.