Malgrado il diffondersi del pensiero democratico, la magnifica storia del cattolicismo e l'ammirabile unità del suo potere esecutivo, inspiravano non solo alle masse ma agli stessi avversari un superstizioso rispetto. A ciò contribuiva forse per massima parte la coscienza del vuoto teoretico della irreligione, che spremendo convulsamente scienze e filosofia, non aveva ancora trovato nulla da sostituire alle soluzioni offerte dal cattolicismo.
Quindi il papato, glorioso per una guerra di quasi duemila anni contro tutta l'umana varietà di nemici, soverchiava ancora la coscienza pubblica con una specie di fatalità resa più terribile da una interpretazione di provvidenza divina.
Le repugnanze della monarchia alla conquista di Roma, e la deferenza al papato delle maggiori potenze mondiali anche non cristiane, dovevano rendere più difficile lo stabilire con una legge i nuovi rapporti della chiesa collo stato. Fra i dogmi più orgogliosi del pensiero italiano primeggiava quello dell'universalità di Roma. Nella storia antica, almeno quale era ancora insegnata nelle scuole e sentita nelle masse, Roma era stata l'unità del mondo: il cristianesimo, abbandonando Gerusalemme per Roma, aveva raddoppiato questa unità dilatandola sino agli ultimi confini della geografia; nella lunga preparazione medioevale Roma era stata la città santa e la capitale del diritto popolare; al rinascimento Roma aveva egualmente contenuto i viaggi di Colombo sul mare e di Galileo nel cielo; lo schianto del protestantesimo non era bastato a dimezzarla; la rivoluzione francese era caduta sotto la Santa Alleanza, mentre il papato risaliva radiosamente al disopra di questa.
A Roma tutto il mondo cattolico stava ancora sottomesso. Nel periodo semi-secolare della rivoluzione italiana. Roma aveva sempre sovrastato al dibattito fra popolo e monarchia: l'unità politica d'Italia non era mai stata assolutamente creduta per la difficoltà di mutare la capitale del papato in capitale della nazione. Coloro medesimi, che per irreligiosità di pensiero sfuggivano alla sua influenza, non osavano concepire la conquista di Roma pari a quella di Palermo o di Napoli. Cesare Correnti sconsigliava dall'andare a Roma per non impegnare il governo in un dibattito contro i terribili teologi della curia vaticana; D'Azeglio, mascherando la timidezza di prudenza, aveva già voluto fare di Roma una città anseatica; Cavour non aveva ardito proclamarla capitale d'Italia che sperandone la cessione spontanea dal papato e dalla Francia; i suoi successori nel ministero si erano affrettati a rinunziarvi trasportando la capitale a Firenze; Giuseppe Mazzini stesso, affermando per la conquista di Roma la necessità di una rivoluzione intimamente democratica, veniva a riconfermare la sua inviolabilità, giacchè l'Italia non era ancora capace di tale progresso. Persino Giuseppe Ferrari, fuorviato dalla propria interpretazione delle rivoluzioni italiche, dissuadeva dall'andare a Roma ridotta come Benares e Gerusalemme a città sacra di una morta religione, per non mettere la nuova culla d'Italia nel più antico dei suoi sepolcri. L'acuto filosofo non s'accorgeva che tale rinuncia a Roma avrebbe mantenuto la superiorità del pensiero religioso sul pensiero civile. Teodoro Mommsen, protestante di religione e razionalista di pensiero, domandava febbrilmente a Quintino Sella: «Che cosa farete a Roma? A Roma non si sta senza un'idea universale».
Nessuno fra i più intrepidi miscredenti della politica pensava allora che andando a Roma si potesse non tener conto del papato. Fra il volgo dei liberi pensatori, che avrebbero voluto distruggervi tutti gli altari, e la monarchia che sostituendovi il papato nel governo temporale tendeva a diminuire con quello il numero degli scontri, non vi era ancora un partito democratico abbastanza forte per comprendere che la rivoluzione italiana non avrebbe avuto significato mondiale se non col risottomettere il cattolicismo alla legge comune pareggiandolo con tutte le altre religioni. Allora il cattolicismo avrebbe dovuto provare contro tutte queste la propria superiorità senza alcun aiuto di privilegi nella lotta, sotto pena di perdere il proprio primato storico. Un'immensa rivoluzione sarebbe avvenuta nei costumi e nelle idee: il cattolicismo, costretto a vivere delle oblazioni dei fedeli nella nuova miseria procuratagli dall'incameramento di tutti i beni, sarebbe disceso alla più ignobile idolatria, o salito nelle proprie migliori idealità. L'Italia avrebbe dato in Europa un esempio di libertà religiosa, quale la giovane America non ha ancora saputo: solamente così la caduta del potere temporale dei papi avrebbe segnato un'epoca nella storia civile dei popoli.
Ma da molti secoli, non ostante la sede del papato, Roma non era più universale.
Il progresso umano stava appunto in questa decadenza di Roma, mentre in Europa e in America fiorivano a centinaia i centri del pensiero e dell'azione civile. Oramai era facile comprendere che il papato non dava più a Roma altro vantaggio sulle grandi città moderne che quello abbastanza equivoco di una Mecca, e che nel secolo decimonono sognare ancora una città universale, e quindi un popolo eletto, era un indietreggiare al di là dello stesso cristianesimo, il quale aveva annullato l'elezione del popolo ebreo.
L'Italia, terra classica di un diritto divenuto universale prima ancora che il cristianesimo vi si annidasse, avrebbe dovuto alla propria gloria millenaria di spersonalizzare la chiesa cattolica. Ma la monarchia, conservando nella ricevuta delegazione dal popolo l'antica pretesa della delegazione divina, alla quale il papato era tramite necessario, si affrettò a riconoscergli non solo un primato su tutte le religioni, ma ad investirlo di una indefinibile sovranità poco conveniente alla religione ed incompatibile collo stato.
Le rivoluzioni sopprimono, le monarchie transigono.
Vittorio Emanuele dinanzi a Pio IX era ancora nell'attitudine di Carlomagno davanti a Leone III; l'ultimo re ritirava la donazione fatta dal primo imperatore, ma chiesa ed impero, pontefice e sovrano, trattavano sempre entro la stessa orbita, mentre la rivoluzione civile, vincitrice da tempo di tutti i miti religiosi e politici, non era peranco giunta a conquistare un governo pari a se stessa.