Le condizioni della politica europea erano favorevoli all'esperimento della coesistenza in Roma dei due sovrani e dei due poteri. La Francia si affaticava contro la Comune di Parigi, la Spagna avendo eletto re il secondogenito di Vittorio Emanuele era frenata nelle proprie escandescenze cattoliche dalla politica di corte, l'Inghilterra protestante applaudiva alla caduta del papato, Prussia ed Austria si sorvegliavano reciprocamente.
D'altronde il governo italiano era disposto a concedere più di quanto le diplomazie estere potessero chiedere. La procrastinazione dell'ingresso solenne del re a Roma era arra sufficiente delle sue e delle intenzioni della nazione.
La nuova legge, che si disse delle Guarentigie, votata dalle camere il 5 aprile 1871, dichiarò la persona del papa sacra ed inviolabile; a lui si mantennero tutti gli onori reali: si permise che nello stato tenesse armati a propria difesa; la sua dotazione di cinquantamila scudi mensili fu conservata esente da ogni onere governativo, provinciale o comunale; gli si attribuirono i palazzi vaticani e lateranensi colla villa di Castel Gandolfo e in essi nessun ufficiale italiano di pubblica autorità potrebbe mai introdursi; si riconobbero inviolabili i cardinali nella vacanza della sede pontificia, gli ecclesiastici partecipanti all'emanazione degli atti del ministero spirituale della Santa Sede non soggetti a molestia o sindacato delle autorità italiane; si mantennero agli ambasciatori presso la Santa Sede le solite prerogative; poste e telegrafi furono gratuiti pel pontefice nella città di Roma e nelle sei sedi suburbicarie; ogni istituto per l'educazione degli ecclesiastici venne preservato dall'ingerenza delle autorità italiane. Quindi abolita ogni restrizione speciale all'esercizio del diritto di riunione pei membri del clero cattolico, dispensati i vescovi dal giuramento regio, eccettuate Roma e le sedi suburbicarie dall'obbligo di conferire i benefizi maggiori e minori a cittadini del regno, aboliti gli exequatur e i placet per la pubblicazione ed esecuzione degli atti dell'autorità ecclesiastica non riguardanti la destinazione dei beni ecclesiastici; in materia spirituale e disciplinare nè riconosciuto appello, nè concessa esecuzione coatta; riserbato a legge ulteriore il riordinamento delle proprietà ecclesiastiche nel regno.
Così papato e monarchia, costretti a guerra mortale dalla rivoluzione, patteggiavano ancora barattandosi immunità e privilegi: il cattolicismo cresceva come religione di stato fino ad equiparare il proprio papato alla monarchia.
Quindi al trattarsi dell'abolizione dei monasteri vennero preservate a Roma tutte le case generalizie, riconoscendo loro la personalità negata agli ordini: un'altra legge dichiarò proprietà nazionale i musei apostolici senza sottrarli all'arbitrio del papa.
Ma anche questa volta la monarchia aveva interpretato abilmente il pensiero nazionale che voleva Roma capitale senza la distruzione del papato. Il trasporto della capitale e l'ingresso solenne del re a Roma riuscirono a fredde feste officiali: governo, parlamento e corte s'accamparono ove poterono; questa al Quirinale, ma Vittorio Emanuele non osò mai dormire negli appartamenti del papa, e vi morì per caso in una cameretta sopra una altana; quello alzò nel cortile di Montecitorio la propria aula in legno, quasi dubitando di fidare il proprio danaro a più duraturo monumento; l'altro ridusse molti conventi ad uffici.
Solo Quintino Sella ebbe allora un concetto chiaro della trasformazione necessaria a Roma per diventare davvero capitale d'Italia, ma nè il governo nè il municipio seppero secondarlo. La iscrizione liviana da lui scolpita sotto la statua del legionario romano nel nuovo palazzo delle finanze — Signifer, statue signum, hic manebimus optime — fu il suo ultimo grido di battaglia contro il partito, cui aveva imposto la gloria di condurre la monarchia in Campidoglio.
Una grande nazione s'era aggiunta all'Europa; la più gloriosa delle città mondiali tornava ad essere una delle sue capitali civili. Se l'Italia non aveva nella propria rivoluzione potuto diventare republica e proclamare a Roma la superiorità del pensiero civile sul pensiero religioso, mettendosi all'avanguardia delle razze latine, nullameno il fatto della sua ricostituzione unitaria e la caduta del potere temporale le davano un significato maggiore che non quello stesso del nuovo impero germanico. Il principio della nazionalità e della sovranità popolare avevano trionfato in Italia meglio che in Germania, ove gli antichi ordini feudali e il nuovo ordinamento militare viziavano ancora dolorosamente la vita moderna.
Il trionfo del principio democratico era meraviglioso. Dopo la caduta dell'impero napoleonico, fra la selvaggia rivolta dei comunisti e l'insensata reazione degli elementi monarchici, la Francia restava republica; l'Italia aveva chiamato con un plebiscito Vittorio Emanuele a Roma, la Spagna con un altro plebiscito aveva nominato a proprio re il duca d'Aosta, la Germania con un terzo plebiscito militare aveva promosso il re di Prussia ad imperatore, e queste tre monarchiche elezioni esprimevano il principio della sovranità popolare. L'Europa era profondamente mutata; ogni possibilità di nuova Santa Alleanza vi diveniva inconcepibile. La Francia sempre all'avanguardia, con un milione di prussiani bivaccanti su tutte le sue campagne, aveva osato proclamare in una rivoluzione comunista, degenerata necessariamente nella più bestiale delle guerre civili, un principio di libertà economica superiore ad ogni ordine di classi e a ogni idea di nazione.
L'Austria, ultima potenza del diritto cattolico, respinta dal centro d'Europa, doveva inorientarsi, contrapponendo l'eterogeneità del proprio federalismo alla unità russa nel problema della ricostituzione nazionale dei Principati Danubiani.