La profezia di Napoleone I, morente a Sant'Elena, che fra mezzo secolo l'Europa sarebbe o republicana o cosacca, quasi che la Russia potesse davvero svolgersi nella storia come negazione della democrazia, attraverso l'errore del proprio dilemma si era dunque puntualmente avverata.
L'Europa ancora divisa da monarchie era già concorde nel più irresistibile sentimento democratico.
Capitolo Undecimo.
L'opposizione ideale
Decadenza letteraria.
In questo periodo di unificazione monarchica l'opposizione politica dalle sfere governative, ove soccombeva ogni giorno in nuove transazioni, non potè salire più alto traendo seco tanto pensiero da atteggiarne la letteratura nazionale. Molte cause storiche vi si opponevano.
Anzitutto il mazzinianismo, come la più vecchia ed importante delle opposizioni, era pressochè la sola, cui il popolo prestasse qualche attenzione; ma se Mazzini per la grandezza dell'ingegno letterario e per l'eroismo del carattere vi aveva meritamente acquistato una gloria immortale, i suoi scolari, chiudendosi nella più servile imitazione di lui, si vietavano spontaneamente ogni valore. Accadeva ai mazziniani nella politica come ai manzoniani nella letteratura: in ambo le scuole una stessa pedanteria morale vi aveva isterilita la produzione: gli uni di Manzoni non avevano voluto ammirare che l'onestà religiosa del sistema, e dimenticavano gli istinti scetticamente naturalistici, allora meravigliosi in tanta voga di romanticismo; gli altri in Mazzini veneravano la dogmatica deistica e il classicismo republicano, mentre filosofia e scienza sgretolavano questo e quello, e un'altra democrazia, più impetuosa di passioni e larga di metodo, chiamava le plebi a nuove conquiste economiche.
Al difuori del mazzinianismo non v'era altra opposizione. La grande fioritura letteraria era caduta: Manzoni, Leopardi, Niccolini, Guerrazzi, Giusti, tacevano o morti o esauriti: nella filosofia cresceva in Napoli un hegelianismo, dal quale Francesco Fiorentino tentava di staccarsi con scettiche intenzioni e con studi storici, mentre Terenzio Mamiani chiudeva il proprio dilettantismo nelle Confessioni di un metafisico, insufficiente ripresa di vecchie verità diminuite da una incertezza anche più insufficiente di metodo, e Camillo de Meis in un libro sui tipi vegetali ed animali dava la più originale e profonda critica del sistema darwiniano. Le scuole di Gioberti e di Rosmini erano cessate: solo quest'ultima durava nei seminari entro una lotta teologica inavvertita dal grosso publico. La poesia languiva nel romanzo, nel teatro e nella lirica; nessuno fra i giovani aveva saputo prendere il posto dei grandi morti. Prati, travolto dall'abbondanza della propria vena, cadeva di poema in poema, avendo smarrito ogni senso politico nell'ammirazione incondizionata del re e della corte: Aleardi si disfaceva in un sentimentalismo serotino, nel quale la volgarità delle idee traeva alla sciatteria della forma: l'Uberti, integro ed aspro, aveva dovuto miserevolmente suicidarsi senza speranza di immortalità nell'arte e senza conforto di vera azione esercitata sul pubblico: il Praga con senso schietto di modernità ma scarso valore artistico tentava le prime rappresentazioni della nuova vita: il Zanella, ultimo prete liberale, cantava con minore estro e forma più eletta un ultimo accordo fra scienza e religione. Nievo e Tarchetti, dopo aver solcato il romanzo, come stelle filanti, dileguavano quasi senza traccia, sebbene il primo, più vasto d'ingegno e di indole più sana, meritasse più lungo tempo nella vita e maggiore importanza dopo la morte: Giacometti, Ferrari e Cicconi tentavano indarno di galvanizzare il teatro accumulandovi residui classici e romantici, nazionali e stranieri, senza intuizione della società moderna e senza originalità di fattura.
Se davanti all'informe sembianza di Vittorio Emanuele, trionfante come primo re d'Italia, i vecchi grandi poeti avevano serbato un silenzio solenne, come sentendo l'assurda sproporzione dell'uomo cogli avvenimenti, mentre i cantori di corte tentavano invano di rappresentarlo alla nazione come il suo redentore, nemmeno le due maggiori figure di Mazzini e di Garibaldi, sintetizzanti nella propria originalità tutta la rivoluzione italiana, avevano potuto accendere l'estro poetico della nazione. Vittorio Emanuele era troppo più piccolo dei fatti, cui apponeva spesso nolente la propria firma: Mazzini e Garibaldi li trascendevano troppo perchè l'Italia potesse comprendere giustamente l'opera loro.
Infatti l'unificazione nazionale aveva dovuto compiersi tragicamente contro di essi.