Mentre dal 1821 al 1870 congiure e battaglie, piazze e campi, esigli e patiboli, vittorie e sconfitte, offrivano la più ricca messe artistica di questo secolo, la letteratura italiana pretestando mancanza d'argomenti si trascinava ancora alla retroguardia di quella francese; e poichè il grande avvento della letteratura europea era già cominciato, inducendo in ogni altra nazionale la maggior dose di umanesimo con una più libera varietà di forme, l'Italia letteraria correva pericolo di perdere ogni caratteristica dietro troppe imitazioni. D'altronde la rivoluzione non era abbastanza derivata dalla massa del popolo per avergli così toccato il cuore da rinnovare tutti i suoi artisti. L'opera monarchica, ristretta in un partito di corte e di parlamento, con esclusione del popolo da qualunque ufficio politico, malgrado la fortuna dei propri risultati era stata troppo umiliante nel processo per suscitare veri entusiasmi.
La nazione rimaneva quindi inconsapevole: si adattava con mirabile destrezza ai nuovi modi di vita senza indagare quanto sangue o genio costassero; si buttava alacremente a lavori d'ogni genere sotto lo stimolo della concorrenza europea e nell'oblìo più ingiusto dell'epopea, dalla quale era uscita la sua libertà. Tutto concorreva a togliere lo spirito nazionale dalla concentrazione necessaria allo sbocciare di una vera letteratura.
Una goffa ed inevitabile rettorica dominava ambo i partiti. Il monarchico, affettando la superbia del senno nel trionfo del proprio governo, cercava di rianimare i vecchi sentimenti di sudditanza a favore dell'unica vincitrice dinastia col prodigare scherni e calunnie ai pochi eroi della rivoluzione; il partito rivoluzionario, non volendo confessare la propria impotenza d'organizzazione, rinfacciava alteramente alla monarchia le bassezze del suo governo, e spingeva inutilmente a rivolte che avrebbero tolto alla nazione di quetarsi in quel primo assetto. In fondo non si ammirava Vittorio Emanuele; Cavour era quasi dimenticato nel rapido avvicendarsi de' suoi successori; si lasciava indifferentemente Mazzini nell'esilio, e si sorrideva argutamente quando Garibaldi da Caprera mandava ancora qualche monito con stile reso donchisciottesco dalla contraddizione di un'effervescenza sempre giovanile con una senilità oramai esausta.
Mentre dietro l'orme di Napoleone I era sorta la più splendida di tutte le letterature nella storia francese, dai campi di Garibaldi e di Vittorio Emanuele non crescevano fiori, e non salivano voci. Quella fiacchezza di coscienza nazionale, che dopo Dante aveva impedito all'Italia di trarre dalle innumerevoli tragedie delle proprie cronache un teatro come quello di Shakespeare, e aveva ristretto a mano a mano tutta la letteratura nelle scuole, durava ancora.
Manzoni, Niccolini e Guerrazzi erano stati la passione di una speranza vanita nella volgarità del trionfo.
Garibaldi, il più alto degli eroi, e Mazzini, il più forte degli scrittori, vi rimanevano egualmente incompresi: la letteratura usava verso di loro come la politica: siccome non si era saputo seguirli, non si seppe poi rappresentarli: il popolo li amava istintivamente. mentre la ragione degli studiosi, volendo interpretarli, li falsificava.
Dal 1859 al 1870, come dal 1848 al 1859, non v'ebbe quindi vera produzione letteraria: in questo periodo la minuta preparazione all'ultima lotta soffocò le grandi passioni e distolse dai supremi ideali; in quello la febbre e la fatica dell'organizzazione governativa distrassero dalla meditazione dei fatti e dallo studio del loro significato.
Cavour dominò il primo, Sella riassunse il secondo; destrezza diplomatica e destrezza finanziaria condussero al trionfo d'entrambi.
Ma se l'opposizione politica non potè disciplinarsi a vero partito contro la monarchia per organizzare in se medesima come in un campo trincerato tutta la nuova vita moderna, l'Italia che per lungo e misterioso affinamento di razze e di spirito aveva potuto produrre non solo Mazzini e Garibaldi, ma individualizzare intorno ad essi le più nobili virtù in un ciclo meraviglioso di cavalieri, trovò in Giosuè Carducci un altro grande poeta. Con lui l'opposizione si mutò di politica in ideale.