Egli non era però e non poteva essere un combattente come Mameli, nel quale la passione dei fatti sopraffacesse la loro meditazione.

Se cresciuto fanciullo fra la rivoluzione del '48, ne aveva rimasto negli orecchi e negli occhi il tumulto, nella Toscana ove era nato e nella modesta famiglia che intendeva allevarlo quietamente, queste prime impressioni non bastarono a turbare lo sviluppo del suo temperamento. La sua gioventù si svolse ostinatamente studiosa, quasi imbalsamata di classicismo, trovando in esso una nuova fonte di orgoglio patriottico. I suoi primi odii di toscano furono quindi per la scuola lombarda, nella quale Manzoni aveva fatto una rivoluzione romantica così grande da sorpassare lo stesso romanticismo: ma poichè in essa si era annidata la scuola neo-guelfa, mentre Niccolini e Guerrazzi, classici e ribelli, si mantenevano ghibellini, il giovane poeta fondeva già nella propria ira di classico contro i degeneri romantici cattolici lo sdegno patriottico e superbamente irreligioso, che aveva ispirato l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di Firenze. Tutta Toscana era classica per necessità forse di natura e per superbia di tradizione.

Mentre in Giusti e in Guerrazzi, trovatisi nel tafferuglio dell'azione, la molle fibra toscana aveva ceduto lasciandoli troppo minori nell'opera che nel pensiero, nel Carducci una natura più concentrata e tempi relativamente più ordinati dovevano accumulare maggiore dottrina e più salda coscienza. Nulla da principio tradiva in lui il rivoluzionario. La sua gioventù, come quella del Leopardi, era cresciuta nell'Ellade fra i grandi poeti e i grandi eroi dell'antica libertà: la sua virtù era un riflesso della loro, la sua arte non insuperbiva che nell'imitarli. Se l'immensa storia di Roma slargava poi il suo pensiero apprendendo al suo cuore una più nobile alterezza di patria, la letteratura latina restava fatalmente secondaria per il suo gusto, e di Roma egli non sentiva veramente che la gloria pagana. Il cristianesimo gli pareva una forma della decadenza e una mortificazione del pensiero romano. Nella splendente serenità della propria fantasia il giovane poeta fuggiva istintivamente le tenebre cristiane e tutta quella religione, che, nata di peccato e di martirio, proscriveva il mondo in nome di un'ideale senza figura e di una virtù senza bellezza. Il medioevo come epoca classica del papato gli restava chiuso; solo ai primi albori del rinascimento, nella primavera dell'arte novella, egli tornava a sentire nell'Italia la propria patria; ma allora la passione di Dante rifomentando la sua antipatia al cristianesimo, aizzava il suo odio moderno al papato.

Nel fervore dei primi studi la recente interpretazione medioevale della scuola neo-guelfa gli pareva una tarda ipocrisia politica per giustificare il bigottismo delle corti e dell'aristocrazia italiana, mentre tutti i magni spiriti, da Dante a Machiavelli, da Bruno ad Alfieri, da Foscolo a Mazzini, avevano sempre combattuto la tradizione papale per proclamare una libera unità di patria. Intorno a lui, nella Toscana, fra lo scadimento del carattere e degli ingegni, la grande scuola ghibellina durava tuttavia. Le liriche tragedie di Niccolini e i tempestosi romanzi di Guerrazzi erano ancora le due più efficaci originalità della letteratura nazionale, le sole due forme di romanticismo che non gli repugnassero assolutamente.

Ma questo letterato, che aveva cominciato coll'appassionarsi alle più fini e recondite bellezze della forma, non era un arcade da smarrire nella plastica della bellezza il senso della sua verità interiore. Se la sua squisita natura artistica gli permetteva di riprodurre le molli ed indefinibili venustà del Petrarca e del Poliziano, i suoi poeti prediletti restavano quelli che a Roma, in Grecia e nell'Italia classica avevano espresso la maggiore verità e nobiltà della natura umana. L'eleganza della sua stessa severità di aristocratico cresceva valore alla modernità del suo sentimento republicano, mentre irrequieti istinti di novità, sommovendo la simmetria della sua classica cultura, lo traevano pei campi delle letterature europee.

Così egli era la natura artistica più composita di questo secolo in Italia: intimamente gran signore come Alfieri e gran cittadino come Parini, senza la stramba albagia dell'uno e la soverchia remissività borghese dell'altro; la passione moderna di Foscolo in preda a tutti i delirii del cuore e a tutte le tempeste di una vita politica, alla quale era conteso ogni equilibrio, agitava la sua anima fra quel dissolversi dell'Italia antica federale e l'organizzarsi della nuova Italia unitaria; l'odio popolano di Guerrazzi contro tutte le autorità dava al suo classico sdegno la precisione e la vivezza dell'accento, mentre dalle grandi tragedie di Niccolini gli veniva l'abitudine dei più alti voli lirici, e dal Bini e dal Giusti qualche amarezza scettica e satirica ad impedire che l'ira gli si guastasse nella declamazione.

La sua varia e potente cultura, ben diversa da quella dei vecchi letterati, trascendeva la sua stessa potenza poetica, e doveva poi permettergli di rinnovare pressochè tutta la critica letteraria toccando i temi più svariati con sicura originalità.

E poichè la rivoluzione italiana, della quale resterà il massimo poeta, era una conseguenza della rivoluzione francese, questa diventò per il suo pensiero adulto una stazione come l'Ellade e Roma. Tutte le libertà spesso disgiunte, talora contradditorie, mai identiche, che aveva appreso nel vecchio mondo greco e italiano si armonizzavano allora nel suo pensiero; la sua coscienza vi trovò la propria unità, le sue passioni di poeta e di uomo si esaltarono in quell'immenso dramma, al quale l'impero napoleonico non aveva aggiunto che un atto, e nel quale tutta l'Europa era entrata gettandovi, attori inconsapevoli, popoli e re fra un uragano di battaglie meno terribili ancora delle stragi cittadine. Il suo classicismo ne andò quindi rotto. Gli istinti rivoluzionari della sua arte, inconsapevolmente prigioniera nelle forme del passato, aiutandosi delle nuove convinzioni montagnarde, gli fransero la cerchia della nazionale tradizione letteraria per suggerirgli altri motivi e ritmi poetici. Ghibellino con Dante, egli divenne giacobino con Victor Hugo e con Michelet; Barbier gli insegnò a condensare l'ira patriottica nei giambi; Heine, un francese d'elezione, gli apprese ad avvelenare l'invettiva; la sua prosa ancora agghindata si snodò come quella di Manzoni e di Mazzini al contatto della francese, la storia della grande rivoluzione dell'89 gli fornì argomenti a chiarire quella che si compiva in Italia; l'opposizione al secondo impero gli prestò forme e concetti ad oppugnare la monarchia di Savoia.

Il suo forte ingegno fece il resto.

Così, mentre l'Italia ascoltava distratta le fantasie di Prati e le elegie di Aleardi, egli, ancora sconosciuto malgrado una classica ode, nella quale aveva acclamato a Vittorio Emanuele come tribuno armato del popolo, le gittò i Decennali e i Levia Gravia, primi saggi di una poesia politica, cui la severità del classicismo giovava quanto la modernità del pensiero.