L'opposizione ideale al processo di unificazione monarchica era finalmente sorta. La coscienza italiana, incerta fra le critiche sistematiche di Mazzini, le invettive intermittenti di Garibaldi, le accuse contradditorie della sinistra e le subdole difese della destra, trovava in un poeta la sincerità del proprio ideale superiore a tutte le antitesi partigiane.
Ma questo poeta era troppo classico per poter diventare mai popolare, e non abbastanza originale per essere il poeta del popolo. Se la sua opposizione era sincera, i modi della sua arte erano ancora troppo antichi, e i suoi modelli di guerra quasi tutti stranieri. Dante, assalendo i propri nemici politici nell'Inferno, aveva fuso insuperabilmente linguaggio e pensiero popolare, non rifuggendo da alcuna immagine, accettando tutte le parole, non rattenendo mai l'impeto della collera per cesellare una terzina. Victor Hugo nei Châtiments investendo il secondo impero era stato brutale e sublime come Dante e come la Bibbia: la sua ira aveva superato l'enormità di quella del mare trovando tutte le voci, tutti i ritmi, tutte le forme, tutte le forze; nessun confronto gli era parso troppo alto o troppo basso per umiliare imperatore e impero; nessun particolare per quanto ignobile, nessun motto per quanto osceno, nessuna rivelazione per quanto ribalda, avevano arrestato la foga o irritato il gusto della sua poesia. E i Châtiments erano e saranno la più grande poesia politica di tutte le letterature. Ma Victor Hugo odiava per amore di due grandi republiche, quella dell'89 e del '48, aveva intorno il popolo più democratico del mondo, e rovesciava un impero che era l'ultimo inevitabile e miserabile esperimento di un sistema consunto; il poeta italiano non poteva odiare la monarchia di Savoia come quegli Napoleone III. Tutta Italia aveva accettato dinastia e governo piemontese per organizzarsi meno dispendiosamente e più facilmente in nazione: le insufficienze e le brutture di tale forma politica erano adunque per lo meno pari, se non maggiori, nel popolo che nel governo. Il contegno del re verso Mazzini e Garibaldi, malgrado molti atti villani, era ancora meno ingrato di quello della nazione. Quindi il poeta che non poteva colpire la dinastia nella monarchia trovando sempre in questa la nazione, che avrebbe indarno mentito coll'accusare di decadenza la rivoluzione, che non si sentiva intorno le proprie collere a certe umiliazioni nazionali, che malgrado una troppo lunga serie di errori politici vedeva sempre paese e governo avvantaggiarsi verso l'unità, era costretto a ruminare nella solitudine il proprio sdegno per immortalarlo nella più squisita forma classica, e sbatterlo a un dato momento sul viso alla patria come un guanto. La sua alterezza signorile di cittadino, la sua preziosa severità di artista republicano, l'isolamento della sua vita di professore ancora incompreso concordavano a crescergli l'energia poetica; il contatto stesso colle Romagne, ove da Bologna si mescolava spesso coi più ardenti rivoluzionari, doveva forse giovargli più che tutto il resto.
Ma se la natura troppo composita gli toglieva di essere popolare come Victor Hugo in Francia e Heine in Germania, le sue mirabili attitudini artistiche, perfezionandosi nello sforzo continuo di tradurre nel verso i fatti politici del momento, dovevano fare di lui il miglior poeta lirico e il più efficace poeta civile di questo secolo in Italia. La borghesia, più attiva del popolo nella rivoluzione, e perciò più capace di intenderne le antinomie, dimenticò finalmente nei suoi canti il proprio soverchio culto pel Manzoni. Allora non v'ebbe più avvenimento lieto o giocondo per la patria, al quale Carducci non prestasse la propria voce. La sua lirica si atteggiò in tutte le forme, rinnovò tutti i ritmi, ebbe lamentazioni superbe di dolore, singulti di satira, ruggiti d'imprecazione, grandinò sui fiacchi e sugli ipocriti che indietreggiavano davanti a Roma, vi percosse d'anatema il pontefice, tuonò sui palazzi del re, gettò urli d'entusiasmo per Garibaldi; poi, divagando apparentemente in Francia, ne rappresentò i fasti rivoluzionari e le infamie borboniche a rimprovero per l'Italia; parve discendere nel medio evo ad evocarvi le grandezze republicane dei comuni; s'allontanò a Roma e in Grecia; e sempre fervida di entusiasmo patriottico e di passione democratica fu appello ed ammaestramento, monito e preghiera, per la libertà della patria e per la sua gloria.
La donna, questo eterno tema della poesia, non vi ottenne che pochi canti e non i migliori.
Una febbre di grandezza animava il poeta. Si sarebbe detto che tutta la sua collera e il suo rimpianto derivassero dal non essersi egli pure battuto per l'Italia, dal non avere cospirato con Mazzini, dal non avere marciato con Garibaldi: ed anche in questo amaro sentimento egli era il poeta della borghesia, che sentiva di non aver fatto abbastanza per la rivoluzione. Quindi la sua onestà di uomo povero e di gran signore soffriva alla gazzarra dei primi affari, di cui il governo si serviva come di una corruzione: la sua generosità popolana si mutava in rabbia ad ogni ingiustizia usata verso Garibaldi o Mazzini.
Nullameno il suo temperamento artistico dominava sempre la tempesta del suo pensiero politico, permettendogli d'immergersi in studi filologici e critici sino a mutarlo in uno fra i massimi professori d'Europa, e a fargli rinnovare la prosodia italiana colla latina in una assimilazione sempre più organica di idee nuove con forme antiche, e di forme estere con modi nazionali.
Ma la sua opera poetica non potè avere in Europa un potente significato di originalità.
Mancava ad essa la schiettezza moderna dell'ispirazione colla caratteristica di una vera passione nazionale. Il poeta soffriva ma non odiava; non comprendeva il popolo e restava al popolo incompreso; peggio ancora il popolo odiava meno di lui. La borghesia poteva intenderlo, ma non seguirlo, dacchè la monarchia era la forma da essa imposta alla rivoluzione. Mentre Hugo e Heine, guidati dall'istinto infallibile dell'odio, trapassavano ad ogni colpo il proprio avversario, egli, costretto ad una critica ideale, riusciva spesso meno terribile di Mazzini malgrado il vantaggio della forma poetica, e meno franco di Garibaldi che poteva dare ad una ingiuria plebea il valore di una rivelazione.
Come la rivoluzione italiana, egli fu dunque troppo composito e non abbastanza democratico per essere originale; le passioni gli bruciarono più la testa che il cuore; la dottrina perfezionandogli l'ingegno glielo restrinse; fu classico, aristocratico e borghese, mai veramente nè popolano nè popolare. Laonde, classico, mantenne nell'arte la tradizione regia, che la monarchia di Savoia sovrapponeva alla rivoluzione; aristocratico, ebbe le superstiti delicatezze della propria classe con tutte le sue impotenze; borghese, fu al tempo stesso mazziniano e garibaldino contrastando alla monarchia ed accettandola come Mazzini e Garibaldi.
La sua ultima poesia politica Ça ira, mirabile epopea di pochi sonetti, invece di essere garibaldina fu francese.