Nell'immenso campo poetico del risorgimento nazionale egli non colse che pochi fiori e non ripercosse che alcune voci. Garibaldi ebbe da lui qualche ode; Mazzini una iscrizione, un sonetto, e da morto. La sua poesia politica, incomparabile nella nostra letteratura, non bastò al confronto di quella francese: malgrado la magnanimità dei propositi e l'elevatezza dei sentimenti, non osò tutti i confronti fra rivoluzione e monarchia, mancò di amore e di odio, ebbe più riflessione che istinto per finire in una critica, che compostezza e ricercatezza di forma rendevano spesso poco accessibile.
La rivoluzione italiana, trovando in Carducci il poeta del proprio periodo di unificazione, non potè quindi tradursi intera nella sua opera, come intera non aveva potuto svolgersi nella forma monarchica: letteratura e politica la dimezzarono. Le sue imprese più miracolose, le sue più tragiche catastrofi, le sue più cupe umiliazioni, fraintese o poco intese, non trassero dalla coscienza nazionale la passione necessaria a rinnovare la vita e l'arte italiana.
Mazzini e Garibaldi come eroi universali, trascendenti la stessa rivoluzione, vi rimasero incompresi.
L'Italia aspetta ancora il poeta, che come Hugo ed Heine le riveli l'epopea rivoluzionaria e la decadenza del papato nell'effimero e contradditorio trionfo della monarchia di Savoia. Le avventure americane di Garibaldi, la sua difesa di Roma, la ritirata sino alla pineta di Ravenna, l'impresa dei Mille, la tragedia d'Aspromonte, l'ecatombe di Mentana, la vittoria di Digione, la solitudine di Caprera, saranno un giorno le massime glorie della lirica nazionale: le cospirazioni, l'esilio, l'apostolato fra congiure e patiboli, la fede superiore a tutte le smentite, la generosità più tenace di tutte le ingratitudini, la democrazia italiana e mondiale di Mazzini, inspireranno una drammatica più profonda e nobile di quella di Shakespeare; le rappresaglie ignobili ed assassine del papato alla sua ultima ora, le senili ribalderie di tutte le corti italiane, la fortuna troppo spesso fraudolenta della monarchia di Savoia costretta alla gloria dell'unificazione italica, le incertezze bigotte dell'aristocrazia, l'avara prudenza della borghesia, la bruta incoscienza del popolo, l'abbietta reazione del clero produrranno una satira ben più tetra e vivace che non quella del Giusti e del Carducci.
Ora l'illustre poeta, respinto come Mazzini dalla nuova passione rivoluzionaria, si è ritirato con alterezza signorile nel castello incantato della propria arte, e come Tennyson vi si oblia nell'ingannevole riproduzione di ogni forma di poesia. La nazione lo venera come pochi anni or sono venerava il Manzoni, ma origlia già per cogliere qualche nuova voce fra la cantilena delle proprie scuole.
Però anche in questa ritirata il Carducci ha potuto significare il trapasso borghese dalla monarchia di Vittorio Emanuele a quella di Umberto I, mentre nel dissolversi di tutti i partiti storici, che avevano cooperato al trionfo dell'unità nazionale, la borghesia, come sorpresa dalla lassitudine dell'opera compita e nell'assenza di ogni alto preciso ideale, si è abbandonata con giocondità teatrale ad un vano entusiasmo per la propria dinastia. Una ebbrezza di pace ha quindi colto il poeta della rivoluzione, mutandogli la cetra di Alceo nella lira di Metastasio: qualche ombra delle antiche malinconie gli è rimasta in fondo al cuore, qualche gemito e qualche urlo gli sfuggono ancora come rimbombi dai crepacci che i fiori del recente prato non hanno potuto chiudere, ma l'artista squisito se ne serve abilmente come di una dissonanza, e, dimentico del popolo e della rivoluzione, modula soavi canzoni alla regina d'Italia[2].