Esaurimento della destra.

La presa di Roma chiudeva il periodo dell'unificazione.

Se Trento e Trieste restavano ancora in mano all'Austria, e Nizza era stata ceduta alla Francia che già da oltre mezzo secolo possedeva la Corsica, nullameno l'Italia col sostituirsi in Roma al potere temporale compiva la propria unità. Una dissoluzione dei partiti politici era quindi inevitabile. L'impero francese, rovesciato a Sedan dalle armi vittoriose del nuovo impero germanico, non trascinava più l'Italia come un satellite nella propria orbita; l'opposizione mazziniana vaniva nello stesso risultato dell'unità; Garibaldi aveva scritto l'ultimo canto della propria epopea sulle mura di Digione.

L'Italia era monarchica.

Ma la monarchia, che aveva imposto alla rivoluzione la propria forma, doveva a Roma mutare d'indirizzo e di metodo. Alla fortuna delle armi e delle diplomazie, ora, nel dissolversi di ogni opposizione e nella conquistata libertà di se medesima, stava per succedere una più calma e feconda applicazione dei principii rivoluzionari. L'esclusione del popolo dagli uffici politici diventava impossibile: lo statuto strappato a Carlo Alberto dal Piemonte non bastava più all'Italia. Colla risoluzione dei massimi problemi pregiudiziali, onde monarchia e rivoluzione si erano reciprocamente mortificate, cresceva la necessità di meglio riordinare il primo assetto, sottoponendo tutte le leggi improvvisate nel trambusto della formazione nazionale a nuova critica.

In Roma l'Italia doveva a se stessa e all'Europa la medesima opera civile delle maggiori nazioni.

Nullameno un profondo squilibrio turbava ancora la sua vita. Il suo governo reazionario contro la rivoluzione mazziniana era stato, malgrado molte inevitabili contraddizioni, anche troppo rivoluzionario rispetto alla massa delle popolazioni, specialmente in alcune provincie. Gran parte delle leggi liberali, anzichè domandate, erano state imposte al paese: l'antagonismo regionale non era al tutto scomparso, la differenza di cultura e di costume fra il sud e il nord aveva reso impossibile il beneficio di molte riforme. L'insufficienza rivoluzionaria della nazione proseguiva tuttavia nella vita politica: fra parlamento e paese il rapporto di rappresentanza si era alterato anche troppo e troppo spesso, mentre fra l'Italia legale e l'Italia reale l'abisso, invece di restringersi, in molti punti si allargava.

Dell'antica scuola dei riformisti, mutati in costituzionali dall'influenza dell'opera cavouriana, non rimanevano più che pochi manipoli apparentemente dominanti ancora nella camera e nel ministero, ma Quintino Sella, imponendo loro la conquista di Roma, li aveva esautorati. Quindi il loro odio più segreto e più forte era per l'illustre finanziere, che dopo dieci anni di lotta stava per raggiungere finalmente in Roma il pareggio del bilancio. La destra più monarchica che democratica non poteva iniziare il nuovo periodo parlamentare per dare alla monarchia l'elasticità e la facilità di una republica.

La legge delle Guarentigie aveva dichiarato per l'ultima volta tutto il suo pensiero politico.

Nella rapida e profonda dissoluzione di tutti i partiti, programmi e capi andavano sperduti.