Al di fuori del parlamento il disordine sopravvenuto colla rivoluzione nell'assetto secolare delle classi non si era ancora calmato in un altro ordinamento, la destra non era mai stata vero partito conservatore giacchè i conservatori, che avrebbero dovuto sostenerla, l'oppugnavano invece o per antipatia a' suoi metodi violenti e alle idee succhiate dalla rivoluzione, o per devozione alle monarchie cadute. Il clero si manteneva antipatriottico ed antinazionale, l'aristocrazia non possedeva influenza politica, la corte si componeva di uomini nuovi come quella del primo e del secondo impero napoleonico. Troppi pregiudizi sociali, politici e religiosi inceppavano ancora il pensiero della destra, e falsavano il suo carattere: però nell'urgenza di una nuova più vasta riforma politica dovette darne qualche accenno nell'istruzione pubblica e nell'esercito e cominciare inconsapevolmente una conquista nell'Africa.
La sinistra, rinchiusa nell'orbita legale dalla conquista di Roma, si liberava finalmente dalle troppe equivoche aderenze al partito republicano, rendendosi non solo possibile ma necessaria al potere. Il suo addestramento, cominciato nel parlamento piemontese, aveva durato abbastanza per attenderne ora qualche frutto; ma, costretta a precisare il proprio programma, essa non sapeva ancora estrarlo dalla tumultuante congerie di tutte le proposte accumulate in tanti anni di opposizione. Rancori e sottintesi dividevano i suoi capitani; molte diffidenze li colpivano a corte e nel paese per il loro passato rivoluzionario. D'altronde nemmeno la sinistra aveva al di fuori del parlamento un partito numeroso e compatto che la sostenesse. Tutti sentivano la necessità di un altro indirizzo politico, ma pochi ne vedevano la direzione, e ne avrebbero saputo calcolare la velocità.
I dati politici del nuovo periodo dovevano essere tutti di ordine interno, giacchè Trento e Trieste rimaste in mano dello straniero non avevano più tale importanza da dominare la vita della nazione; nè l'Italia, nè la monarchia correvano pericoli. Bisognava riorganizzare tutti i servizi pubblici, ricostituire esercito e armata, raddoppiare le ferrovie, triplicare o quadruplicare l'elettorato politico ed amministrativo, riordinare le opere pie sottraendole al clero e preparandole ai bisogni della vita moderna, correggere i riparti comunali, provinciali, amministrativi e giudiziari, sintetizzare la magistratura migliorandone l'ordinamento colla diminuzione delle preture, raddoppiare la vita all'istruzione elementare, costituire quella tecnica, portare l'altra superiore al livello delle odierne condizioni europee, raggiungere il pareggio nel bilancio e, appena raggiunto, abolire i più ingiusti balzelli come il macinato e il corso forzoso, decentrare l'amministrazione emancipando comuni e provincie, diminuire la tutela del governo sul paese per abituarlo a reggersi da sè e a contare sulle proprie forze, disciplinare parlamento e partiti entro la regolarità delle funzioni costituzionali, arrestare il diffondersi della burocrazia, sottrarre nei trattati il commercio nazionale al vassallaggio estero, aiutare lo sviluppo della vita e della coscienza italiana.
A questo programma era votata la sinistra.
Doveva quindi accadere che essa, arrivando al potere ancora nel disordine delle proprie abitudini di opposizione, vi si trovasse così a disagio da non sapervisi reggere solidamente da principio.
L'antica destra si era formata di tutti quei riformisti, che nella rivoluzione del quarantotto credevano ancora al federalismo e al costituzionalismo dei principi; la sinistra si componeva per massima di transfugi dal campo rivoluzionario. La monarchia assorbendo l'una e l'altra, fondeva nella propria unità le due più vivaci differenze della nazione, ma la rivoluzione trionfava così della monarchia imponendole le proprie idee per mezzo degli stessi disertori. Così nella nuova gamma dei ministeri di sinistra si sarebbe indubbiamente cominciato da quelli, che più si avvicinavano alla destra sino a toccare cogli ultimi la Montagna; la monarchia di Vittorio Emanuele non potè avere alcun vero ministero di sinistra, quella di Umberto I non ne avrà forse alcuno di vera destra.
In questa seconda fase la monarchia sembrerà perciò trionfare di tutto e di tutti. La sua forza di assorbimento si eserciterà sulle cose e sulle idee, sui partiti e sugli individui, con tale potenza che solamente coloro sempre ad essa nemici, anche nel periodo dell'unificazione, potranno sottrarlesi. Il segreto della sua forza sarà nella sincerità de' suoi voleri democratici, che le permetteranno di concedere al paese riforme politiche più larghe delle sue stesse pretensioni, e nella impossibilità logica per l'Italia di mutare governo prima di averlo esaurito. Una improvvisa fortuna portando il duca d'Aosta al trono di Spagna per un effimero ed inglorioso esperimento regio sembrerà dare alla dinastia avventurosa dei Savoia qualche barbaglio della gloria napoleonica: Austria e Germania, accogliendola nella propria alleanza, la renderanno compartecipe al dominio sulla politica europea, mentre la Francia dovrà raccogliersi in se medesima per superare la prime difficoltà della propria republica, e la Russia rimetterà momentaneamente della propria preponderanza. Nella calma succeduta alla lunga crisi dell'unificazione, il governo della sinistra soddisferà tutte le passioni dei vecchi oppositori senza irritare quelle della gioventù, per la quale le maggiori colpe della monarchia verso la rivoluzione saranno già un passato incredibilmente lontano. E tutti si sottometteranno al nuovo re Umberto I, ammirabile figura di gentiluomo e di borghese, che intuendo con fino senso di attore il carattere del re moderno, sarà come il sindaco d'Italia, bonario e signorile, sottomesso al parlamento e ai ministeri, ma soverchiando l'uno e gli altri con una popolarità conquistata da incessanti dimostrazioni di affetto per tutte le sventure della nazione.
I prigionieri della monarchia.
Come nella rivoluzione federale del quarantotto tutti gli uomini politici avevano dovuto egualmente fallire travolti dalla liquidazione del passato, così nel secondo periodo monarchico della unificazione tutti i partiti dovevano essere assorbiti dal governo. Solo coloro, che come Alberto Mario, discepolo di Cattaneo, risognavano un federalismo republicano, o come Maurizio Quadrio e Federico Campanella rimpiccolivano nell'intrattabile onestà del carattere e nell'angustia dell'ingegno il già angusto classicismo republicano di Mazzini, potevano, isolandosi in una critica melanconica ed inascoltata, sottrarsi al fascino monarchico, e morire ravvolti nella propria bandiera. Tutti gli altri, abbandonati al grande corso della storia, dovevano finire col cooperare nella monarchia all'organizzazione del governo. Quindi la loro dedizione, precoce o tarda, si drammatizzò per tutta la varietà dei loro caratteri e dei loro ingegni, non senza aumentare lo scetticismo delle masse, alle quali le solitarie e tragiche grandezze della rivoluzione non avevano potuto infondere una forte fede politica.