Conversioni e voltafaccia si moltiplicarono opportuni ed inopportuni, ingiustificabili e nullameno giustificati. I bisogni della vita privata e le necessità di quella pubblica trionfarono di tutte le resistenze; i rancori reciproci si calmarono nell'oblio onde il popolo copriva tutte le opere individuali; i dibattiti parlamentari abituarono alla prevalenza delle idee sui sentimenti e dei fatti sui sistemi. D'altronde il governo, seguendo l'abile indirizzo cavouriano di sedurre tutti gli avversari e di restare implacabile a tutti i nemici, si giovava di qualunque espediente. Coloro fra i rivoluzionari, che non cedettero alle multiple lusinghe del denaro, soccombettero alla bramosia del potere o alla invidia della fortuna guadagnata dai primi ad arrendersi. I più alti e nobili caratteri compirono il proprio passaggio dalla rivoluzione alla monarchia, dalla Montagna al ministero, sacrificando le loro inattuabili idealità alla pratica del governo, come nella vigilia della guerra avevano immolato la republica all'unità; altri, che nella rivoluzione avevano portato solamente il tumulto delle passioni e l'energia del temperamento, si stancarono presto del mestiere di tribuno, e si umiliarono alla monarchia non potendo umiliarla; molti le chiesero il prezzo di servigi resi più alla nazione che ad essa; troppi vi si rifugiarono dal disprezzo del popolo. Le dedizioni assunsero spesso forma di tradimenti anche per la violenza della critica, onde i pochi incrollabili republicani le perseguitarono: i neo-convertiti, costretti dalla necessità di persuadere il governo e di ribattere gli antichi compagni ad esagerare la nuova fede, discesero sovente a ribalderie senza scusa. Si videro quindi uniti in una inqualificabile amicizia ex-ministri delle cadute dinastie con ribelli da essi già condannati alla morte e alla galera, e gli uni e gli altri sottomessi alla monarchia di Savoia, e daccapo ostili al popolo.
In questo inevitabile crescendo di conversioni la monarchia venne diventando come il capo saldo della nazione: la sua importanza aumentò in Europa giorno per giorno; il suo liberalismo e la sua popolarità le diedero una sembianza simpatica di originalità, che seduceva egualmente popoli e re. Se la sua corte era tutta di transfugi dalle altre corti rovinate, il suo governo si componeva quasi interamente di prigionieri fatti alla rivoluzione.
Tale drammatico fenomeno di un governo servito fedelmente da tutti i recenti avversari sarebbe però stato impossibile, qualora nel paese non vi avesse corrisposto una così larga evoluzione costituzionale da avviluppare quasi tutta la vecchia e la nuova generazione.
Fra questi prigionieri della monarchia, e che essa gettava nel trambusto del parlamento, o deponeva nel senato come in un museo di figure di cera, o allontanava nelle ambasciate, o disseminava nelle prefetture, o isolava nell'esercito, o comprometteva in posti subalterni, brillavano ancora nel vigore della forza figure di soldati e di cospiratori, di artisti e di scienziati, capaci d'imporre rispetto al popolo e alla corte. L'imprudenza di qualche frase tradiva ogni tanto in essi l'uomo antico; il ritorno di qualche motivo eroico nella politica li univa improvvisamente in una affermazione non solo superiore ma contraria alla monarchia; poi la fatalità costituzionale li gravava nuovamente, e piegavano il capo pensosi forse di un tempo migliore.
Alla rivoluzione non restava più nè il maestro, nè il capitano, nè programma, nè bandiera.
Mazzini, rifuggitosi nell'esilio dopo l'amnistia di Gaeta quasi a punire l'Italia morendo in terra straniera, si era confessato vinto coll'affermare che la monarchia una volta entrata a Roma vi dominerebbe «chi sa per quante generazioni», e tornava inconsolabile di amore italiano a morire in Pisa accettando dal governo l'apoteosi dei funerali, e riconoscendo così la sua libertà costituzionale; Garibaldi, dopo aver tutto ricusato dalla monarchia fuorché la condanna a morte, la fucilazione d'Aspromonte e la prigionia del Varignano, soffocato dalle angustie e dai disordini della propria casa accettava finalmente due milioni, e veniva paralitico a Roma per salutare in Umberto I e nel principino ereditario i re d'Italia. Dopo la resa dei due grandi capitani le capitolazioni dei minori rivoluzionari precipitarono: Alberto Mario, pur combattendo la monarchia sino all'ultima ora, non le augurò più che un placido tramonto; Aurelio Saffi, modesto Aronne del nuovo Mosè che aveva potuto morire nella terra promessa, succedendo nella direzione del partito republicano non fu più che un pontefice riverito ed inefficace: e recentemente, quando re Umberto visitò le Romagne (1888) rimaste sempre ostili alla monarchia, persuase al popolo ogni più onesta e lieta accoglienza al sovrano. Giovanni Nicotera, già violento di odio contro tutti i re, salì al ministero, e vi si mostrò violento contro i republicani immutati; Benedetto Cairoli, ultimo della propria eroica famiglia, fu presidente dei ministri, e fece scudo a re Umberto della propria popolarità nel primo viaggio reale di riconoscimento; Agostino Depretis, cospirante nel 1853 per rapire in Lombardia l'imperatore d'Austria, e Francesco Crispi cacciato da Torino per ordine di Cavour, saliti colla sinistra al potere, vi divennero i più abili e fieri difensori della monarchia alleata coll'Austria; Giuseppe Ferrari tramontò nel senato accettando dal re, egli filosofo della legislazione, un mandato legislativo; Emilio Visconti-Venosta e Giacomo Medici ottennero di essere marchesi; le decorazioni fioccarono sugli altri, la Camera accolse coloro che si credevano ancora un avvenire, il senato ospitò gli invalidi, e un'aura di pace rasserenò tutte le fisonomie, mentre il partito republicano dileguava come un ricordo, e quello socialista mandava per le piazze i primi vagiti.
La monarchia aveva vinto. Allora Giosuè Carducci, che aveva cantato contro di essa le glorie più giacobine della rivoluzione, e serbato il più sdegnoso silenzio dinanzi a Vittorio Emanuele, si arrese anch'egli prigioniero deponendo, simbolo di pace, una corona di fiori poetici sulla fronte della regina d'Italia.
Ultimo ministero Minghetti.
Malgrado l'entrata a Roma e il pareggio oramai in vista, la posizione del ministero Lanza-Sella era perduta. La destra non poteva perdonare al Sella di averla violentata nella questione romana; la sinistra prossima ad afferrare il potere raddoppiava di ostilità: entrambe si unirono contro il ministero col gruppo toscano, che accennava a riprendere il triste ufficio della Permanente piemontese per la medesima pessima ragione del trasloco della capitale da Firenze a Roma. Costoro chiedevano una somma enorme di compensi, quasi la nazione dovesse pagare all'abbandonata metropoli tutte le pazzie del suo lusso improvvisato per le vie.
Una prima crisi scoppiò per la costruzione di un arsenale militare a Taranto, cui il ministero assegnava 6 milioni, mentre una commissione parlamentare glie ne attribuiva prima 70, poi 23. Il ministero si dimise, ma la battaglia essendosi accesa come inconsapevolmente, il re lo riconfermò. Ne venne così una tregua brevissima, della quale la destra profittò per prepararsi a più vigoroso assalto contro i provvedimenti finanziari presentati dal ministero per fronteggiare le nuove spese introdotte nel bilancio. Agostino Depretis, nominato capo della sinistra alla morte di Urbano Rattazzi, si associò al Minghetti, ultimo capitano della destra, e il ministero cadde.