La destra si suicidava uccidendolo.

Infatti il nuovo ministero Minghetti non potè, malgrado l'abilità parlamentare di molti suoi membri, avere alcuna vitalità politica. Di tutta la destra l'unico uomo di stato moderno per intendimenti e principii era il Sella. Se il suo carattere fosse stato più malleabile e la sua coscienza meno delicata, come nel conte di Cavour, avrebbe dovuto associarsi a Depretis nel comando della sinistra, recandole la sincerità del proprio metodo finanziario col nobile disdegno di ogni falsa popolarità.

Il nuovo ministero fu quindi fatalmente di reazione: Minghetti, il più tardo dei riformisti a credere nel processo cavouriano di unificazione, assunse colla presidenza il portafoglio delle finanze; Visconti-Venosta vi rimase agli esteri; Silvio Spaventa, mal viso per gli eccessivi rigori polizieschi di un tempo, ebbe benchè non pratico, i lavori pubblici, Cantelli, inetto legittimista cresciuto alla corte della duchessa di Parma, governò l'interno.

Poichè la Francia nella rovina dell'impero napoleonico e della rivoluzione comunarda era caduta alle mani di una reazione monarchica doppiamente irritata coll'Italia per la conquista di Roma, ne venne che le relazioni politiche fra le due nazioni si guastarono. La Francia accusava l'Italia d'ingratitudine rinfacciandole la campagna del 1859; questa rimbeccava aspramente ricordandole Nizza e Savoia, Villafranca e Mentana. Da Versailles, nuova capitale politica, questa reazione rinfrancata di tutti gli elementi più conservatori del legittimismo, dell'orleanismo e del bonapartismo, affettò quindi di voler riaprire in certo modo la questione di Roma: il conte di Choiseul ministro francese a Firenze partì in congedo per non accompagnare Vittorio Emanuele nell'ingresso solenne a Roma; petizioni dalle campagne fioccavano all'assemblea di Versailles per un intervento in favore del potere temporale.

Naturalmente la politica italiana, impressionata di queste ostilità, si torse verso la Germania. Vittorio Emanuele, così deferente a tutti i voleri di Napoleone III, s'irrigidì altezzosamente dinanzi a Thiers, diventato presidente della republica francese; e quando Sella, nell'occasione delle feste per il traforo del Cenisio, tentò combinare fra loro un abboccamento, il vecchio re piemontese si rifiutò all'etichetta, che gli avrebbe imposto di muovere incontro al presidente della republica francese. «Il re d'Italia, egli rispose al Sella, sta di casa a Torino e il signor Thiers sa dove trovarlo, se ha bisogno di conferire con lui». Ma poichè la Francia accennava a contrastarci il pacifico possesso di Roma, il re d'Italia avrebbe dovuto almeno rispondere che avrebbe atteso il signor Thiers al Quirinale.

Il primo atto del nuovo ministero Minghetti fu di condurre in visita il Re a Vienna e a Berlino come per risposta alle ingiuste recriminazioni francesi. Il governo di Versailles ritirò da Roma il proprio ministro Fournier, e mandò nelle acque di Civitavecchia la fregata Orénoque; la stampa delle due nazioni si accapigliò; gli animi si invelenirono così che quando l'imperatore d'Austria venne a Venezia e quello di Germania a Milano per rendere la visita a Vittorio Emanuele, l'Italia non s'accorse dell'ingiuria fatta a Roma.

Parve invece trionfo insperabile che due imperatori visitassero l'Italia, pur disconoscendone la capitale col rifiuto di entrarvi.

Il secondo atto del ministero fu la cattura di Aurelio Saffi e di altri ventinove republicani mazziniani, convenuti in una villa Ruffi della campagna riminese per discutere sull'attitudine del loro partito davanti alla monarchia. Quest'assurda violenza poliziesca, cui tennero dietro altre molte, finì di screditare il governo della destra, reso già odioso dall'ostinata opposizione ai più necessari sviluppi democratici della rivoluzione e da una durata di quasi quindici anni.

La lotta parlamentare riarse più viva alla riapertura del parlamento (novembre 1875): Agostino Depretis aveva da Stradella promulgato in un magistrale discorso il verbo della nuova sinistra. Fra le riforme promesse vi si annunciavano come più urgenti: l'affidare ai laici l'amministrazione delle proprietà ecclesiastiche, l'obbligo dell'exequatur eseguito con rigore, l'istruzione laica resa obbligatoria e gratuita, l'allargamento del voto politico ed amministrativo, la determinazione per legge delle incompatibilità parlamentari e la diminuzione del numero dei deputati impiegati, un pronto inizio di decentramento abbandonando ai comuni e alle provincie la nomina dei propri sindaci e dei propri presidenti, l'abolizione delle sottoprefetture e dei consigli di prefettura, la correzione delle leggi tributarie e delle norme per la compilazione dei bilanci, la revisione dei trattati di commercio secondo il principio del libero scambio, una correzione della legge di pubblica sicurezza, il miglioramento delle circoscrizioni giudiziarie, e finalmente una legge sulla responsabilità dei pubblici funzionari.

A questo largo programma di riforme il ministero non seppe contrapporre che la propria apologia e l'annunzio del pareggio, dovuto all'opera sagace e coraggiosa del Sella. Quindi cadde per tradimento del gruppo toscano, che passò a sinistra, donde gli venivano molte promesse di aiuti a Firenze.