Così si chiudeva la prima fase parlamentare del regno d'Italia.
In mezzo alle accuse che la colpivano caduta, la destra poteva nullameno vantare la gloria di avere stabilito il primo assetto. Le sue colpe maggiori verso la rivoluzione derivavano piuttosto dalla monarchia impotente a seguire una politica più nobile e più democratica: gli altri suoi difetti politici erano una conseguenza delle scuole e delle classi, nelle quali si era reclutata. La contraddizione di dovere simultaneamente essere rivoluzionaria e conservatrice viziò il processo della sua legislazione e della sua politica estera sino a compromettere più volte l'onore d'Italia. Come partito essa non credette mai sinceramente alla possibilità di unire l'Italia in una sola nazione, contrastò a tutte le imprese di Garibaldi, rinnegò tutto l'apostolato di Mazzini, si sottomise all'impero Napoleonico, arretrò dinanzi al pontefice, mancò d'audacia anche quando era prudenza l'averne, e stimò sempre lo sviluppo della democrazia un errore ed un pericolo: nullameno il suo patriottismo e la sua pratica abilità furono mirabili in tanta inesperienza della nazione. Nelle sue file agirono colti ingegni e severi caratteri, che la corruttela e le troppe conversioni politiche dei primi giorni non poterono guastare; l'aristocrazia vi rifulse coi propri migliori individui, la borghesia ne fu lo spirito e il numero, la corte l'avvolse nella propria decorazione.
La necessità della sua caduta era la prima conseguenza del regime costituzionale da essa organizzato, giacchè l'indirizzo del governo verso la nuova generazione non poteva essere dato che dai più liberali fra gli uomini che avevano ricostituito l'Italia. I riformisti del quarantotto avevano troppo creduto ai principi per credere abbastanza al popolo e chiamarlo con più largo voto a parte della vita politica; i costituzionali, ostinati nel giudizio che la nazione sussistesse nella monarchia e per la monarchia, non potevano fidarsi alla democrazia ed ammettere che solo coll'accettarne francamente i principii e col favorirne coraggiosamente lo sviluppo la monarchia durerebbe utile e gloriosa all'Italia.
Fra gli uomini della prima destra italiana il conte di Cavour resterà nella storia l'unico grande statista, Ricasoli il più nobile, Rattazzi il più equivoco, Sella il più efficace, Minghetti il più eloquente de' suoi successori: gli altri saranno e sono già dimenticati. Ma della loro opera minuta, incerta ed oscura, proseguiranno lungo tempo i benefizii; mentre il loro manipolo stretto intorno a Vittorio Emanuele appare tuttora bello nella varietà delle fisonomie e nel vigore degli atteggiamenti, quantunque la coorte dei cavalieri garibaldini lo veli passando oltre col barbaglio delle proprie armi, e Mazzini solitario lo copra dall'alto colla propria ombra grande.
Avvento della sinistra.
L'avvento della sinistra capitanata da Agostino Depretis si compiè fra le più liete speranze: pareva a tutti che lo svolgimento dei principii democratici da essa invano propugnati per sedici anni avverrebbe senza scosse e con feconda prontezza. Questa doveva essere la necessità del nuovo periodo parlamentare, ma il brusco passaggio dell'opposizione al governo vi traeva inesperienze ed abitudini troppo tribunizie, perchè l'opera legislativa non avesse a soffrirne. Anzitutto il partito della sinistra, lungi dall'essere ben organizzato nel parlamento, mancava pure di vera base nel paese: i radicali ne speravano troppo, i moderati ne temevano ancora più; il bisogno di conservare nel pubblico la popolarità acquistata colla critica sistematica a tutti i passati ministeri costringeva la sinistra a considerare le imminenti riforme piuttosto come illazioni di principii, che quali adattamenti alle condizioni reali del paese. Nella politica estera, mentre la destra si era sempre mantenuta servile alla Francia imperiale per influsso del principio dinastico, la sinistra aveva negli ultimi anni guardato alla Prussia; e poichè le vittorie di questa ci avevano permesso la conquista di Roma contro i divieti dell'impero napoleonico, e ora la Francia republicana e reazionaria sembrava voler contrastarci il conseguito trionfo dell'unità, il nuovo ministero liberale doveva esagerare le simpatie verso l'una e le diffidenze verso l'altra anche per mostrarsi dinastico quanto la destra. Non valeva osservare che la reazione nell'assemblea francese sarebbe effimera, che la republica non vi era ancora assettata, che la Francia isolata in Europa dall'ostilità diplomatica della Prussia non potrebbe seriamente pensare a contenderci Roma, che solo i reazionari orleanisti e legittimisti impadronitisi del ministero lo risognavano indarno: si volle credere al pericolo di una guerra imminente, e nell'ammirazione destata dalle meravigliose vittorie prussiane si cercò di essere clienti a Berlino dopo essere stati vassalli a Parigi.
Naturalmente la corte spingeva il governo in tale direzione. Si temeva dall'amicizia della Francia il contagio republicano: nella Spagna il ripristinamento della dinastia borbonica con Alfonso XII figlio di Isabella la cattolica non dava abbastanza garanzie di stabilità monarchica: un secondo scoppio republicano a Madrid avrebbe potuto destare qualche eco a Roma.
Dinastia e governo, temendo ingannevolmente di un moto republicano nel paese, si rifugiavano fra le più forti monarchie di Europa.
D'altronde la Francia, offesa dalle intenzioni anche troppo manifeste del nostro governo, offendeva: la nostra aderenza al suo nemico vittorioso le sembrava una inutile mostruosità d'ingratitudine dopo tanta nostra devozione a Napoleone III; non intendeva la nostra presente inimicizia se non come odio istintivo di monarchia alla republica.
Nel nostro popolo invece duravano ancora i rancori per le offese a cagione di Roma, mentre una crescente ammirazione per la Prussia gli faceva parere una gran cosa l'essere accolto nella sua alleanza.