Non sarebbe stato difficile comprendere piuttosto che all'indomani della grande guerra del 1870, colla Francia esausta, colla Prussia affranta e preoccupata gravissimamente del proprio problema interno, coll'Austria scaduta, colla Russia tutta intesa ad un imminente attacco contro la Turchia, coll'Inghilterra oramai inefficace in tutte le questioni continentali, l'Italia avrebbe potuto con una politica forte d'indipendenza e d'iniziative conquistare un grande posto in Europa. La sua posizione oramai assicurata contro tutti i nemici la rendevano necessaria in Europa: tutti i popoli l'avrebbero guardata con irresistibile simpatia, tutti i governi avrebbero subìto i suoi impulsi. Ma perchè l'Italia si ponesse alla testa dei popoli faticanti per la costituzione della propria nazionalità le occorreva una coscienza di se medesima e della propria missione, quale Mazzini aveva indarno cercato d'infonderle.
Le sue condizioni interne non erano abbastanza floride. Il pareggio raggiunto era piuttosto di cassa che di rendita; e le teorie economiche del nuovo governo costringendo all'abolizione del macinato e del corso forzoso, l'avrebbero certamente compromesso. Dopo l'esperienza delle armi prussiane l'esercito andava riordinato, riarmato, portato ad un milione; la flotta era sempre allo studio; le maggiori reti ferroviarie incompiute; l'esperimento di un voto più largo nel popolo ancora da tentarsi.
Nella Camera il nuovo partito di governo si componeva in gran parte di transfugi di destra, perchè i radicali, pur aspettando con simpatica deferenza, non avevano dimenticato tutti i sottintesi republicani. Bisognava non gettare il paese in una doppia prova di politica estera ed interna, ma largheggiando con esso di riforme liberali, mantenerlo con opportune pressioni sotto la tutela del governo. La sinistra doveva proseguire il giuoco della destra con poste maggiori: il principio monarchico rimaneva a pernio della vita nazionale. Ma poichè la destra odiava ciecamente il nuovo governo, questo era forzato a compromettersi coi radicali e ad appoggiarsi sopra una mobile maggioranza ottenuta con ogni sorta d'espedienti. La sua azione si esercitava naturalmente per corruzioni: la sincerità sperata dal paese in questo secondo partito si perdeva in un più tristo scetticismo, l'orgoglio nazionale veniva nuovamente umiliato dalla Germania, il programma delle nazionalità era abbandonato per una alleanza coll'Austria posseditrice di Trento e di Trieste, l'ostilità alla Francia ci traeva al disconoscimento di ogni moto nazionale nei Principati Danubiani e nella Grecia.
Da principio i ministeri di sinistra, anzichè succedersi in una gamma razionale di liberalismo, si alternarono tristamente per inescusabili gare fra i capi: la vanità del potere vi guastò i migliori caratteri, la necessità degli espedienti vi falsò più d'un principio. Si vide allora la destra allearsi con assurda partigianeria ai radicali, reclamando il suffragio universale per non accettare l'equo allargamento proposto dal ministro Depretis; questi trascinare re Umberto a Vienna, perchè il Minghetti vi aveva condotto Vittorio Emanuele, e subire uno smacco anche più oltraggioso, giacchè a Vittorio Emanuele la visita fu resa a Venezia e ad Umberto promessa a Roma e non restituita. Una rettorica finanziaria, nel crescendo delle spese, che doveva raddoppiare il numero dei chilometri ferroviari e portare il bilancio della guerra a oltre settecento milioni, volle abolito con grave squilibrio del bilancio il macinato ed il corso forzoso; una rettorica politica non seppe considerare il voto concesso al popolo nè come diritto nè come funzione, e negò il suffragio universale per riconoscerlo poi abbassando fin sotto l'assurdo il livello e le prove della capacità elettorale.
Nel nuovo grande disegno ferroviario i criteri regionali prevalsero ancora agli scientifici.
Molte delle riforme promesse andarono perdute; quelle attuate lo furono non bene.
Non si osò giustamente toccare lo statuto per non rimettere in questione la monarchia, ma lo si violò in più di un articolo, dichiarandolo intangibile. Il senato, assurdo come istituzione storica in Italia, rimase immutato, ultimo baluardo della regalità e superstite forma del diritto divino, giacchè il potere legislativo gli viene delegato dal re e non dal popolo. Le opere pie, di cui solamente ora (1889) il ministero Crispi studia una riforma, seguitarono nell'antico andazzo piuttosto a beneficio della borghesia e del clero che dei poveri, con anacronismi di fondazioni religiose e con falsità di intendimenti economici condannati egualmente dalla scienza e dalla vita moderna. Non si osò ancora condensare le troppe università nei loro centri storici, differenziando chiaramente la cultura classica dalla tecnica e riassumendo nelle mani del governo l'istruzione elementare abbandonata ai comuni e da questi trascurata per insufficienza di denaro o di coscienza civile.
Nullameno in questa seconda fase d'organizzazione le idee si slargarono, e l'orgoglio nazionale si ridestò. Si comprese la necessità di atteggiarsi a grande nazione: l'esercito, cresciuto pari a quello delle maggiori potenze, ci diede il senso di un'altra forza politica; nella flotta il vecchio genio italiano improvvisò la più moderna e miracolosa architettura navale sorpassando Inghilterra ed America; il foro del Gottardo, chiamato da Carlo Cattaneo la via delle genti, decise all'ampliamento del porto di Genova, che potè rivaleggiare con quello di Marsiglia e diventerà l'emporio di tutta l'Europa centrale. Industria e commercio prosperarono attraverso pericoli di crisi incessanti; l'emancipazione manifatturiera fu conquistata più che a mezzo; l'agricoltura, della quale una mirabile inchiesta parlamentare svelò tutte le piaghe, si guarì di alcune, e passò dallo stadio empirico a migliori e più diffuse intenzioni scientifiche. Le ferrovie, cresciute in breve a 14,000 chilometri, aiutarono l'uniformità dello sviluppo nazionale; s'iniziò la perequazione fondiaria, lunga e costosa impresa, senza la quale nessun vero miglioramento tributario era possibile; nell'esercito si abolì l'ignobile privilegio della surrogazione per denaro, e la coscrizione fu estesa a tutti gli individui validi; non si osò ancora il sistema più economico dell'irreggimentazione regionale per dubbi di pericolosi antagonismi, ma si tende ora a provarla; si popolarizzò l'istituzione dei tiri a segno, primo addestramento della futura nazione armata; le associazioni operaie moltiplicarono di numero e di valore; l'avvento dei nuovi elettori politici ed amministrativi togliendo al governo l'odioso carattere di clientela, lo ritemprò nella realtà della vita popolare; si unificarono le Cassazioni, ma solamente in materia penale per rispetto ingiusto al regionalismo: si ricorressero pressochè tutti i codici guadagnando all'Italia il nome di prima fra le nazioni liberali; si accennò ad una legislazione sociale del lavoro, la quale arenò fra i pregiudizi politici della borghesia e gli apriorismi della scuola liberista.
Colla sinistra al potere cessò la minore età della nazione.
L'opposizione clericale stessa parve diminuire di intensità. Si parlò di transazioni e di conciliazioni; il papato, fermo nelle viete dichiarazioni, ne raddolcì la forma e in molti atti le contraddisse; la libertà del suo esercizio spirituale fu riconosciuta anche dai cattolici ultramontani, ma papato e monarchia non poterono ancora conciliarsi. Il papato non abbandonerà tutte le proprie pretese se non perdendo tutti i privilegi: bisognerà quindi che una rivoluzione riduca prima il cattolicismo a non essere più che una opinione e un rito sostenuto dai credenti ma destituito di ogni personalità civile: finchè il cattolicismo avrà beni e gradi consacrati dalla legge pretenderà di riacquistare quanto ha perduto.