—Spiegatevi.
All'urto di questa parola il duca vacillò, n'ebbe quasi un risveglio, poi l'incomodo di quella posa drammatica gli diè il dubbio improvviso di una ridicolezza. Istantaneamente avrebbe voluto ritrarsi, ma la reazione dell'urto lo risospinse verso la fanciulla. Ella aveva il corpo abbandonato, la testa ritta, la bocca semiaperta, che parea fremere di un immenso sforzo rattenuto. Il duca, che vi si era già curvato, fu attratto ancora. Una forza arcana sembrava premerlo contro quella poltrona e su quella donna, bianca in volto come un fantasma, e alla quale la notte pareva aver prestato tutto il romantico prestigio della propria oscurità, e il silenzio la vertigine de' suoi mille significati.
Una confusione di novità stravaganti gli salse alla testa; poi si voltò quasi per vedere chi lo urtasse. Le tenebre si erano ancora più infittite contro il cerchio raggiante, che il cappello del lume a petrolio segnava sul tavolo e nella volta, quasi alle estremità ineguali di un tronco di luce, sotto il quale quella donna si adagiava senza illuminarsene. Un senso di paura puerile lo spinse ancora verso di lei, ma dalla bruna indolente figura della fanciulla un'altra ombra si alzava, macchiata dal suo volto bianco di un lascivo pallore e, ventandogli sulla faccia, gliela inumidiva.
Il duca ebbe un gesto fremente, che il baluardo della poltrona trattenne.
—Ida!—susurrò ginocchioni, tentando di insinuarle un braccio dietro le reni.
—No.
—Che cosa vuoi?
—Che cosa avete da offrire?