Ida la considerò, e non riconobbe più la martire di poco prima. Riabbassò il volto, si girò attorno un'occhiata di esame, e lenta, sulle punte dei piedi, pallida, affranta, ritornò nella propria camera senza darle nemmeno la buona notte.

Il gatto dormiva sul letto.

Andò a sedersi sulla sedia presso il capezzale, reclinandovi la fronte. Avrebbe voluto piangere, ma la tempesta dei sentimenti era così furiosa, che non lo poteva. L'amarezza dello sdegno vinceva in lei la pietà del dolore. Di quando in quando un lamento angoscioso sorgeva dall'altra camera, senza che la fanciulla lo avvertisse, poichè si lagnava ella medesima. Il suo pensiero urlava in quella tempesta colla disperazione del marinaio, che insulta l'uragano troppo tardo ad ingoiarlo, la raddoppiava, la inferociva; le tenebre non erano abbastanza nere, i lampi abbastanza sanguigni, e la folgore brontolava appena come un cane da pagliaio. Avrebbe voluto che le onde fossero state di piombo, che le raffiche avessero avuto la ruina delle onde, per ruggire in quella procella, disperdervi il mondo, disperdendovi sè stessa. Le nubi addensatesi nella lunga sera si squarciavano d'un tratto, risolvendo tutto il temporale in uno scoppio. Quindi le pareva che i giorni della sua vita le piovigginassero sull'anima come sopra un cadavere, così che ella poteva contarne tutti i colpi, mentre un gran volo di corvi dagli occhi gialli le passava sulla testa e, mozzandole col vento delle lunghe ali il respiro, si allontanava.

Che le importava di morire?

Da gran tempo vestiva sempre di nero, portando così il lutto della propria giovinezza. Morire...; poi tutti i cancri non sono al petto, ella ne aveva uno nell'anima.

—Morire,—ripetè levandosi nell'attonitaggine della prostrazione:—per causa di lei?!

Invece andò alla finestra; il fanale apriva sempre nella strada quel solco lucente, vi si incantò.

—Pare un pugnale piantato nelle tenebre.

A poco a poco il vento di quella tempesta si acquetava, ma, riacquistando la coscienza della realtà, ella non conosceva quasi più la propria camera. Le pareva più piccola e miserabile, una vera prigione, nella quale l'avessero chiusa tutta la vita per rubarle nel mondo la fortuna di un trono. E allora un orgoglio smisurato le gonfiò il cuore, una nebbia di iridi le avvolse il pensiero, mentre il pensiero le si drizzava come un serpente sulla coda. Pallida, le narici frementi, guardò attraverso il muro di sassi il letto della mamma atteggiata di sofferenza, poi dilatando le pupille passò oltre, si spinse al di là, nel buio, come il raggio del fanale, alzandosi sempre, crescendo di statura; e quando fu gigante, col fremito dell'onnipotenza nei muscoli, col coraggio dell'infinito nel cuore, e i suoi occhi ebbero sfondato il mistero della paura, vinta la paura del mistero, erse la testa e, scrollandone poderosamente i ricci più neri della notte, con un gesto pazzo, titanico, sublime, scagliò nell'avvenire, invano minaccioso di oscurità, il guanto del duello: