La fanciulla si fermò nel mezzo della camera, lo guardò come inebetita e cadde sopra una poltrona. La poltrona, un mobile di fantasia, era di raso bianco di un candore virginale.

—Ida!—le chiese affannosamente, sedendosi sul letto senza poter rinvenire dalla meraviglia:—che cos'è?

—Sono stanca.

—Di dove venite?

Ella chiuse gli occhi.

Il duca ebbe una forte tentazione di scendere dal letto, ma non se ne fidò. Aveva solamente una camicia di seta, elegantissima. Era fuori di sè ed osservava stupidamente la fanciulla abbandonata su di una poltrona in una posa naturale di stanchezza. Ma d'improvviso ella scattò in piedi e gli si appressò.

—Venite da Valdiffusa?—egli ripetè.

Il duca era seduto sul letto, colla coperta di seta azzurro-cupo sul ventre e il busto dritto entro la camicia di seta paglina, legata al collo da un cordoncino, la quale gli disegnava i grugni delle spalle come una camicia da bagno inzuppata. Era gialla, e pareva ingiallita dal riverbero della sua faccia quasi irriconoscibile, così lavata da tutti gli impiastricciamenti del giorno. Aveva gli occhi sbarrati, il viso più smunto; i pochi capelli grigiastri, disordinati sulle tempia, senza quel solito riccio diplomatico ed elegante, non gli coprivano più la irradiazione delle piccole crespe dagli occhi. E le sorrideva inconsciamente, chinandosele incontro nella sua posa consueta di galanteria, senza pensare che la camicia di seta gli scopriva i peli bianchi del petto.

Il cuore della fanciulla si gonfiò; le parve che tutto si squarciasse, di vedere Enrico e Jela abbracciati.

—Ida!