—È lo stesso.

Ma la fisonomia troppo seria della fanciulla all'annunzio di quella grossa fortuna di sposare il dottore, che aveva tremila franchi di paga e quarantamila lire del proprio, cominciava ad inquietarla; mentre Ida collo sguardo sonnambulo, quasi non la intendesse, ed aveva inteso benissimo, pareva intenta ai rumori di un altro sogno lontano.

—Sei imbecillita stamattina, che non capisci?

—Ho capito: no.

—No?!—e fece uno sforzo per levarsi sentoni, che le procacciò un'acutissima ferita.

Ida si era seduta, osservandole in volto lo scoppio della tempesta, ma questa volta s'ingannò. Il colpo era stato così forte, che l'altra invece di resistervi ruppe in pianto, nascondendosi il viso nelle palme. Piangeva a singhiozzi con tale evidente dolore, che la fanciulla volle calmarla, e le disse queste strane parole:

—Vi comprendo: secondo voi sarebbe la fortuna, per me no. Vivrò peggio: che cosa può importarvi il modo come io finisca?

—Ma sei matta?... il dottore?

—Il dottore, e poi? invecchiare in questo paese, non essere mai capita, fargli le calze, fargli forse la minestra per dieci o vent'anni... Ma allora è meglio gettare la propria vita dalla finestra, gettarla nel nulla. Imbecille!—seguitava riscaldandosi:—doveva pure aver compreso che un pari suo non poteva piacermi. Mamma, sentitemi bene: è inutile che vi ostiniate; il dottore non lo sposerò mai, dovessi cercare l'elemosina.