Quando Jela ebbe nove anni, la misero in un convento di monache, e le due fanciulle si divisero piangendo. Jela singhiozzava disperatamente, supplicando la sorella ad accompagnarla, ma quantunque il conte avesse potuto acconsentirlo, incaricandosi della spesa, non osò parlarne coll'ingegnere. Nè Ida d'altronde si sarebbe piegata a quella esistenza oppressa e malaticcia dei conventi, colla monotonia delle occupazioni e la fastidiosità religiosa degli insegnamenti. Pianta robusta, ella aveva d'uopo di vento e di sole; meglio la cima combattuta di una roccia, che la calma tepente di una serra.
Ma per quanto si sforzasse a dissimularlo, Ida avea i goccioloni agli occhi. L'ingegnere, il conte, una vecchia zia, la vecchia cameriera, il domestico di confidenza del conte, erano tutti presenti agli addii nel cortile, dove attendevano la solita superba carrozza e la carrettella dell'arciprete, giacchè le due sorelle, e si capiva ai veicoli, si dividevano per due mondi diversi.
Jela trasse Ida in disparte, la fece entrare in un salotto al pianterreno, poi costringendola a sedersi sopra un divano le saltò al collo, e facendosi così grave, che l'espressione dell'affetto le ricomponeva il viso travagliato dal pianto:
—Mi vorrai sempre bene?—le chiese.
L'altra se la strinse al petto.
—Mi scriverai sempre, e dopo staremo insieme, sempre.
—Sempre!—e un melanconico sorriso contrasse le belle labbra della donnina:—Tu non sai...
—Lo so, me lo ha detto la Nencia,—rispose coll'adorabile importanza dei bambini, che sentono di fare qualche cosa di serio:—starai sempre con me; giuralo.
Ida giurò sorridendo, e Jela, che indovinava a mezzo quel sorriso:
—Sì, vedrai: mi vuoi bene?—e tornò a piangere.