Però una volta egli toccò della sua cattiva posizione in società, e Ida impallidì. Da quel momento la guerra fu dichiarata; la fanciulla, spalleggiata dagli altri maestri, proruppe nella incredulità, sostenendosi così bene colla vivacità dell'ingegno e la molteplicità delle letture, che il prete uscì più di una volta confuso dalla discussione. Jela rideva senza capire, il conte comprendendo, ma spesso allontanava Jela. Eppure Ida aveva un vuoto nell'anima.
In quel ricco palazzo era sola, e non avea alcuno fuori del palazzo. La sua casa al villaggio col babbo e la mamma non era più sua, giacchè vi si sarebbe sentita ancora più straniera. Il padre, che vociava sempre, la mamma, che girellava in pianelle; in tutta la casa non c'era che una specchiera di noce e una poltrona di percallo. Nulla, nemmeno quell'isolamento aristocratico del palazzo, dove i servitori non la incontravano mai senza inchinarsi, e potea aggirarsi nel silenzio, sola, sognando dei sogni da imperatrice, uscendone in carrozza scoperta a farsi ammirare dalla gente. Si accorgeva che i suoi genitori vi sarebbero stati anche più ridicoli, mentre ella vi stava a meraviglia. E fra lei e loro s'insinuava un filo d'acqua che apriva il terreno in fosso, lo allargava in ruscello, lo gonfiava in fiume, ruinava in torrente, cresceva a lago, immenso, come un mare, più di un mare. Era sola, non aveva nulla da lamentare o da desiderare, eppure un malessere la sorprendeva di quando in quando, quasi un ribrezzo, un freddo, che le si rifuggiva nel cuore.
Il conte avea con lei la più perfetta cortesia, non le usava differenza colla figlia, ma nullameno tutti nel castello ne la distinguevano, persino i sopramobili, che si lasciavano infrangere da Jela con una muta ed inalterabile devozione.
Una mattina ella ruppe disgraziatamente un gruppetto di Sassonia, tagliandosi un dito ad una scheggia. Jela dal canto proprio avea fracassato un piccolo specchio di Murano, antichissimo. La cameriera, che sopravvenne, sgridò Jela con una carezza, perchè avea corso pericolo di ferirsi, e rivolgendosi secca secca all'altra:
—Quando la roba non è vostra, bisognerebbe andare più piano,—disse nella sua lingua.
Quella notte Ida invece di dormire pianse.
Ma quella vita e quegli appartamenti la trattenevano. Ne conosceva tutti gli angoli, tutti gli oggetti, tutte le figure; aveva fantasticato su tutto, riempiendo tutto di sè stessa, giacchè gli appartamenti vuoti dalla morte della contessa aspettavano una donna. Ella non avrebbe domandato se non di occuparli per sempre, senza uscirne mai e senza mutarli; ella sola, ma sola davvero come una misteriosa prigioniera o una fata anche più misteriosa delle sue leggende favorite, coi servi muti, il mistero intorno, profondendo l'infinito in quella inutile esistenza senza fiori e senza musica, senza genitori e senza Jela. Ella già donna, ma sempre colle sottane corte, senza far nulla, nutrendosi di quel lusso, odorando i fiori del tappeto, aggirandosi fra la folla dei ritratti, riposandosi ad immense distanze sopra uno sgabello od una poltrona ricamata... finchè un raggio di sole, illuminando l'occhio di un antico cavaliere, la faceva rivolgere, e sotto quello sguardo di un uomo Ida sentiva interrompersi il sogno.