Il conte la osservava stupito, i maestri ne alzavano gli elogi.

Ella cresceva bruna e slanciata, i capelli nerissimi le crescevano di una lunghezza eccessiva, ondulati e pieni di riflessi azzurrognoli; aveva gli occhi enormi, le estremità di una finezza rarissima. Parlava già il francese e balbettava l'inglese. A dodici anni avea letto un romanzo, a tredici un'opera di filosofia, avea ammonizioni per Jela, disegni per sè stessa, risposte per tutti.

Un giorno il suo maestro di storia, lamentando la povera condizione della donna in società, le chiese se desiderasse essere un uomo.

—No.

—Perchè?

—L'uomo non s'innamora della donna,—aveva risposto la fanciulla, accomodandosi un riccio di capelli sul seno, che cominciava a gonfiarsi delle seduzioni della donna. Avea la natura del lusso. Mentre Jela ancora bambina ruzzava alle sottane della vecchia cameriera, ella errava sola e pensierosa pei vasti appartamenti, movendosi come un'ombra nella penombra dei cortinaggi, esaminando ogni mobile, incantandosi dinanzi ai ritratti delle belle dame e degli eleganti cavalieri. Quegli antenati erano come suoi e aveano vissuto la vita dei suoi sogni, giacchè l'orgoglio della fanciulla provava già il bisogno di avere un passato, intanto che i suoi desiderii si precipitavano verso l'avvenire. La luce degli specchi e dei damaschi le piaceva già meglio che la luce del sole e delle acque; la poesia di quelle stanze, composte ad una ignota vita, la commoveva più che la poesia del bosco coi decrepiti ippocastani e le elci melanconiche. Spesso sdraiata le lunghe ore sopra un immenso divano dorato, la testa sopra un cuscino a ricami, i piedi sulla seta, si smarriva di sogno in sogno. La lucida levigatezza delle stoffe aveva per lei misteriose voluttà, i gracili capolavori, che ingombravano i tavolini, incalcolabili ed arcane significazioni; ognuno di essi non poteva occupare se non quel posto, ognuno di essi era necessario, i fiori dei tappeti e le mitologie delle volte, i paracamini e le poltrone, i vasi di maiolica e le porcellane di Sassonia, i ritratti e gli specchi vuoti, che la riproducevano all'infinito, spingendola per una fila interminata di saloni verso il salone fatato, al quale le chimere della sua fantasia cercavano inutilmente una porta aperta.

Più di una volta erano venuti a cercarla in quelle fantasticaggini, ma vi ritornava appena potesse.

Un'altra volta il conte la sorprese abbandonata sopra una poltrona. Avea le gote accese, l'abito le lasciava scoperte le caviglie, la posa le ingrossava il seno. Egli s'incantò come un poeta dinanzi all'aurora di quella donna. Una sottile seduzione, un profumo primaticcio esalavano da quel corpo troppo tenero, ma coi contorni già molli e le finezze indecise. Ella sorrideva nella penombra cogli occhi socchiusi, e quella penombra, che la ingrandiva facendola forse sognare, la rendeva un sogno per un altro.

Il conte ristette sulle punte dei piedi. La fanciulla lo vide, ma s'infinse; forse dubitò, e la vita incomincia dal dubbio.

Ma la vecchia cameriera, d'accordo col prete, non era contenta di Ida, la quale non le pareva una fanciulla come le altre, con quella gentilezza intrattabile nelle proprie voglie e quelle risposte, quasi dicesse sempre il pretesto e non la ragione di quello che faceva. Alla sera, ripetendo le orazioni con Jela, pareva che Ida vi si prestasse per giuoco, mentre evitava costantemente la compagnia del prete per una ripugnanza istintiva. Quella figura servile, sempre in estasi davanti al signor conte, irritava la fanciulla. Talora a pranzo, a qualche dialogo, quando nella riconoscenza della ghiottoneria egli si sprofondava in adulazioni del peggior gusto, Ida gli piantava negli occhi i suoi occhi neri, audaci e profondi, che lo ardevano scrutandolo. Il prete s'impigliava, perdeva il filo delle frasi, col fremito di un solletico per le vene, cercando qualche rimprovero per sacrificarla a Jela; ma Ida si sapeva troppo forte, e vi consentiva di buon grado.