Era stata una scena atroce. Quando Geltrude, florida di salute, le presentò Jela per l'ultimo bacio, la contessa nella sfinitezza del proprio dolore avea ancora trovate due lagrime. Il marito, distrattosi involontariamente ad ammirare il petto turgido della balia, non avea trovato nè una parola, nè una carezza; la vecchia cameriera si era nascosto il volto fra le palme scoppiando in singhiozzi, mentre Geltrude stessa si commoveva suo malgrado, e la contessa fra quella cornice di dolori, nella patetica sublimità del proprio pallore di moribonda, pareva una martire.

Quella scena fece che Geltrude amasse Jela.

Infatti convenne con l'ingegnere che non avrebbe accettati salari o regali, allattando la bambina per affezione e cortesia verso la madre. Così il povero uomo salvava il suo orgoglio campagnuolo, mentre non si era piegato a quest'altra follia della moglie se non per la idea improvvisa che la fortuna, facendo di Jela la sorella di Ida, le unisse senz'altro nel medesimo destino per il medesimo mondo.

Ida, ormai di cinque anni, si mise come una mamma intorno a Jela.

La contessa di Monteno morì raccomandando al conte Ida e Geltrude. Egli ne fu scosso per qualche giorno, fece venire le piccine al castello, poi si calmò, e poichè si conosceva inadatto a curare quell'infanzia e sapeva Jela in mani che mai le migliori, lasciò andare le cose innanzi, tirando innanzi egli medesimo secondo il solito.

Una volta mandò un grosso dono; l'ingegnere lo fece respingere da Ida con una lettera scritta da lui e copiata dalla bambina, che lo ubbriacò nel proprio amore di padre. Il conte non ripetè più l'errore, limitandosi ad un complimento ben tornito, quando veniva a trovarle. Così passarono degli anni.

Jela prosperava. I medici approvavano quella vita, e il conte approvava i medici. Era una piccina bianca e rosea, coi capelli più biondi della seta e gli occhi color di viola; avea le carni di una inesprimibile finezza, i movimenti di un'eleganza e di una civetteria senza nome. Era dolce e buona. Non piangeva, chiamava mamma Geltrude, zio l'ingegnere, sorella Ida. A Geltrude quel nome di mamma facea talvolta sognare la ricchissima tenuta di Valdiffusa, l'ingegnere sorrideva del proprio come di un complimento, Ida esercitava l'autorità di sorella maggiore, tiranneggiandola con abbastanza mitezza. Jela era pazza per Ida.

Anche il conte le diceva sorelle.

Quando Jela toccò i sei anni il conte pensò a ritirarla dal villaggio, ma volle che Ida la seguisse; quindi cominciò per entrambe una nuova vita. Avevano i medesimi maestri, uscivano nel medesimo calesse sorvegliate dalla vecchia governante, vestivano i medesimi abiti, cosicchè si sarebbero difficilmente distinte; anzi Ida aveva un'aria ancora più fine ed altera. In quegli immensi appartamenti, arredati con un vecchio e nobile lusso, ella si trovava ancora meglio che non a casa propria; trattava i servi con maniera di piccola sultana, aveva una dolcezza, che respingeva e soggiogava. Così fanciulla non usava più dimestichezza con alcuno; ragionava e posava. Quasi tutto le fosse dovuto, nulla la maravigliava, e tuttavia sapeva che un giorno le converrebbe tornare al villaggio paterno. Quindi nelle lettere all'ingegnere gli narrava la propria vita, anatomizzando inconsciamente sè stessa, così che egli ne gongolava massime al racconto degli studii, nei quali Ida ripeteva a Jela le lezioni facendogliene apprendere col misterioso magistero dei fanciulli nel comunicarsi le idee.