A quattro anni Ida leggeva e scriveva, e l'ingegnere, che aveva trovato in un giornale il nome di Froebel, parlava continuamente della primissima istruzione, degli albori della intelligenza, della sintesi tanto meravigliosa e tanto inavvertita di tutta la logica nel semplice abbecedario. Ma sempre distraendosi, la moglie gli rimase ancora incinta.

Questa volta la gravidanza fu soggetto di male parole, i due coniugi se la rinfacciarono a vicenda; la nuova vita, che avrebbe dovuto stringere più fortemente la loro, vi si cacciò in mezzo e li divise. Egli riflettè che un'altra bambina sarebbe infelice nel mondo, rendendo infelici loro stessi, che male potrebbero educarla, male dotarla; poi contrasterebbe al cammino di Ida, ed essendo forse brutta e volgare quanto la madre, riattaccherebbe la famiglia a quella ignobile borghesia di villaggio, alla quale egli non avea mai appartenuto e nella quale era scivolato colla follia del matrimonio. Un altro maschio?... Ma dal giorno che Peppino era morto, egli non poteva avere più figli! Un altro maschio rovinerebbe Ida, senza riempirgli nell'anima la fredda lacuna di quella vita sbocciata e caduta come un fiore.

Geltrude invece, sperando di rifare il suo bel bambino, per dispetto del marito ne parlava assiduamente, massime a pranzo; così che l'altro, malgrado una qualche bestemmia, dovea pure andarne battuto, avendo piegato la prima volta il capo a quel matrimonio con una donna inferiore, e non avendolo più rialzato, vergognoso della propria debolezza, che gli alterchi avrebbero reso anche più ridicola. Taceva, divorava la bizza, o la sfogava indirettamente. Ma più la gravidanza inoltrava e più Geltrude la covava collo sguardo e col pensiero, tutta superba perchè la contessa Monteno di Valdiffusa, ricchissima tenuta di quel comune, ella medesima incinta, le aveva detto, passeggiando nel bosco, un giorno che era andata a trovarla nella carrettella dell'arciprete:

—Chissà se non partoriremo assieme, e tutte due un bambino.

La contessa gracile e malaticcia soffriva assai, e Geltrude, sebbene robusta, cercava di imitarla in quei patimenti per deferenza alla gran signora, che si degnava d'invitarla al proprio castello. Vi era ritornata più volte, sempre più accetta, giacchè la contessa, condannata in villa dai medici e noiata da morirne, sola col marito cacciatore instancabile, si sentiva come sollevare lo spirito conversando con qualche estraneo. Poi Geltrude, già levatrice ed una volta anche balia, le parlava sempre di parti, di bambini; conosceva a certi segni il sesso del feto, aveva rimedii per le nausee, una suppellettile fra pregiudizi e cognizioni, che intrattenevano il cuore della povera contessa, già etica, e dopo sei anni di matrimonio allora solamente alla sua prima gravidanza. E voleva un bambino.

—Le donne sono troppo deboli per la vita.

—Anche l'ingegnere,—così ella chiamava fuori di casa il marito,—dice sempre così.

Ma Geltrude partorì prima della contessa un maschio così esile e doloroso a vedersi che pareva un cadavere; tutti dissero che non sarebbe vissuto, e nessuno s'ingannò. Dopo quindici giorni lo portarono al camposanto; il giorno dopo Geltrude, andata a trovare la contessa malatissima dopo il parto, se ne portava a casa una bambina, bella come un angelo. La povera contessa, che si sentiva soffocare sotto le fredde spire della tisi, avea consentito quell'immane sacrificio perchè la piccina non suggesse al suo seno, o non respirasse nel suo alito il veleno della fatale malattia.