La sua vita non era felice. Nato da una ricca famiglia del contado, da lunghi secoli oziosa ed ignorante, fu educato prima in un seminario, poi all'Università, dove si laureò ingegnere. Ma nelle vacanze di un anno si era innamorato della vedova dell'usciere, bella donna, che faceva allora da levatrice e da balia. Sulle prime la cosa non fece rumore, e la si suppose un capriccio, molto più che la balia non godeva una riputazione troppo illibata; poi si rivelò la passione, e fu un subbuglio in casa. I genitori e i fratelli, che già astiavano il nuovo ingegnere per le opinioni e fors'anco i vizi guadagnati negli studi, a questa follia, che offriva loro la rivincita sulla sua continua boria, minacciarono di espellerlo se non troncava la mala pratica, ed avventarono parole oscene contro la balia; ne scoppiò una scena orribile. L'altro, così attaccato di fronte, si rifugiò nella ostinazione per vincere, esagerando a sè stesso il proprio affetto e servendosi dell'ombra gettata intorno alla propria donna per vederla più bella e più poetica; quindi volle sposarla per vendicarsi di loro colla propria rovina. Il padre gli diè la legittima, illusoria, giacchè in quattro poderi di nessun conto e stimati ad un prezzo assurdo; l'ingegnere capì, ma rispose coll'alterigia di un muto disprezzo. Quindi andò a stabilirsi nel villaggio, giurando (e mantenne poi il giuramento) che per fortuna o disgrazia non avrebbe più rimesso il piede nella casa avita, nè considerati per parenti coloro, che ne lo scacciavano.
Però la vita era scabra in quella nuova posizione, perchè egli aveva poco studiato e meno appreso all'Università, e, malato dell'orgoglio della vecchia casa, ripugnava ad un lavoro pagato con grettezza da quella gente montanara. La moglie, gonfiatasi nella superbia del nuovo stato, era continuamente in sullo spendere, i denari pochi, la noia dell'ozio intollerabile, i sarcasmi degli amici frequenti, le cure minuziose ed acute. Si scoraggiò, guarì dalla passione, e fu perduto; ma non mise un lamento, nemmeno quando la moglie, ghiotta di qualche veste o di altra spesa, lo irritava di sollecitudini, affinchè lavorasse. Allora gli nacque Peppino.
Lo stagno della sua vita ridivenne ruscello attraverso nuovi fiori, giù verso la valle popolosa e sonora di vita. Egli medesimo, rinato in questa nuova esistenza, vi si guardò bello, delicato, piccino, preparandosi questa volta a conquistare l'avvenire contro tutti coloro, che, tiratolo nel fosso, ne avevano alzate le risa e venivano tutti i giorni ad impancarsi nella sua vita travagliata, siccome ad una bettola, sminuzzandosi i suoi dolori. Peppino doveva studiare, divenire un grand'uomo, mentre egli si condannerebbe alla più stretta economia per preparargli in un modesto, ma netto capitale, il danaro d'ingresso al mondo dell'aristocrazia e degli affari. Però questi non erano, sebbene profondamente sinceri, che progetti; Peppino era troppo bimbo ancora per studiare, quantunque al giudizio di tutti gli amici di casa mostrasse di già una portentosa intelligenza; le economie ben stabilite nel bilancio mentale della famiglia non si realizzavano per una folla di piccoli inconvenienti, di minime spese, di più minimi danni, i quali facevano sì che il passivo superasse sempre l'attivo.
E Ida entrò come una nuvola in questo cielo fulgido di speranza; poi il sereno si fe' nero come un panno mortuale, il vezzoso bambino era morto, e in quel cielo abbrunato la piccola nuvola fu ancora un rifugio pei profughi dalle tenebre invadenti del sepolcro.
Ida fu più curata, più amata; ma quale differenza fra la sua testa ancora stupida e la personcina pietosamente frale colla testa folle di Peppino e quella sua attività battagliera, le movenze gaie, le scappate irresistibili!
La piccina, a due anni, stentava ancora il passo, e mettendo così tardi i denti piangeva tutto il giorno. La mamma poco paziente l'abbandonava, ma egli se la pigliava in braccio e, coprendola di baci, le parlava colla commovente insensatezza dell'affetto. La bambina, incapace di comprendere le parole, doveva per un mistero del sentimento capirne la bontà, giacchè in quelle carezze scordava quasi i dolorini delle gengive, e, guardandogli negli occhi azzurri, dolci dolci, gli sprofondava le impotenti manine nella barba. I denti spuntarono, e coi denti si fortificarono le gambette, si rinfrescò la pelle, crebbero i capelli, crebbe tutto il corpo. La bambina si sviluppava, si trasformava, non era bella ed era già graziosa; e forse un giorno avrebbe posseduto la più possente e continua delle bellezze, quella simpatia indefinibile delle persone dal cuore gonfio e dalla fantasia accesa, quella bellezza, che pare quasi l'avanzo di un'altra più plastica, e che una passione o un mistero abbiano misteriosamente scomposto.
Il padre lo sentiva, la mamma no.
A poco a poco Ida sostituì Peppino. Era sempre una donna, quindi male atta alle grandi battaglie e alle grandi vittorie della vita, ma l'intelligenza, pensava l'ingegnere, non ha sesso; non era bella quanto quel morticino, e tuttavia l'espressione s'insinuava in quella sua fisonomia e la animava. Il suo raccoglimento infantile imponeva un rispetto involontario, le sue risposte fosforescenti abbarbagliavano. Il buon uomo aprì ancora il cuore in faccia all'avvenire, perchè se ne involassero tutte le speranze a riconoscerlo; e decise che Ida, diventando di anno in anno più bella e più brava, possederebbe un giorno le ricchezze preparate per Peppino, e potrebbe, rivelandosi una gran donna, come il nostro secolo ne aveva vedute tante altre, innamorare qualche gran signore e dominare in una casa principesca. Egli la visiterebbe di rado, poichè si sentiva ancora addosso, malgrado gli studii fatti, la ruggine avita; la seguirebbe da lontano, scaldandosi a quel bel sole di primavera le vecchie membra assiderate. E così, sognando tutta la vita, vivea di sogni, preparandosi altri sogni.
Qualche volta ne parlava colla moglie, che gli rideva in faccia; qualche volta con Ida, la quale afferrava qualche lembo di frase e la ripeteva.
Però la loro fortuna, non soccorsa dai tonici delle economie, intristiva. I poderi trascurati dimagrivano, le rendite si facevano più incerte e più esigue, mentre la moglie seguitava a nuotare come un'anitra nella voluttà di una grassa illusione. Egli, nell'inerzia accorgendosi inutilmente di tutto, ne provava un grave malessere, dal quale non usciva se non cacciandosi nel giardino dei sogni, colla bambina sulle ginocchia, seduto sulla larga poltrona di percallo, solo in casa, poichè l'altra era sempre da qualche vicina per una qualche faccenda, che svaniva in un pettegolezzo.